Instabile e votata al suicidio. È la plastica del desiderio

Instabile e votata al suicidio. È la plastica del desiderio

“Mancano 2 minuti all'autodistruzione... mancano 60 secondi all'autodistruzione”. Era il drammatico conto alla rovescia che pervadeva la navicella spaziale del film Alien, invasa dallo spietato mostro-parassita. Il film di Ridley Scott sbancava i botteghini 40 anni fa. Ma quell'annuncio dell'imminente autodistruzione della navicella Nostromo, che esasperava la lotta per la vita della protagonista Sigourney Weaver e angosciava gli spettatori, è invece il felice traguardo cui puntano i chimici di molte università americane, asiatiche ed europee: l'autodisintegrazione della plastica.

Il sogno è di smontare il perverso meccanismo che sta soffocando il pianeta sotto un Everest – o meglio un oceano - di rifiuti plastici: utensili di un utilizzo temporale molto limitato, addirittura usa-e-getta, come piatti, posate, cannucce, bastoncini di cotone, filtri per sigarette, che invece poi hanno una vita post-utilizzo incomparabilmente più lunga e si accatastano uno sull'altro all'infinito, con un riciclo planetario ridotto – secondo le ultime stime – al solo 10% del totale. La chiave per smontare il circolo vizioso è intervenire nella natura stessa dei prodotti, entrare in profondità nella materia per alterarne il corso di vita.

Le plastiche sono fatte di polimeri (“molte parti”, in greco): cioè lunghe catene, libere alle estremità, di molecole identiche tra loro. Così è da sempre, da quando la plastica irruppe nella vita quotidiana, oltre mezzo secolo fa. L'ambizione massima per decenni è stata quella di creare materie il più durature possibile, di qui la morsa di residui che stringe la Terra. Ora l'obbiettivo è esattamente l'opposto, anzi quasi l'opposto: materie resistenti e stabili sì, ma solo fino al loro uso, poi la morte per degradazione.

Il segreto sta proprio nell'equilibrio del polimero. Fino ad oggi si puntava a polimeri massimamente stabili – per garantirne la durata - e si scartavano quelli instabili. Invece ora tornano in auge proprio gli “instabili”, che possano svolgere la loro funzione e, poi, disperdersi. Basta, dunque, con la rigida struttura a catene che ha contraddistinto e contraddistingue le 400 milioni di tonnellate prodotte ogni anno di polietilene (sacchetti per la spesa), politetraftalato (bottiglie) e polipropilene (cruscotti delle auto e capsule del caffé). Spezzare le catene, è questo il nuovo mantra dei chimici.

Per far saltare le catene e avviare all'autodistruzione la schiuma in poliuretano di un sedile o il lamierato di un mobile, bisogna prima comprimerle, “zipparle”. È questa la ricerca dei chimici: le catene vengono, cioè, costrette in anelli oppure incappucciate alle estremità. Poi, dopo l'utilizzo dello strumento, grazie a un preciso innesco, per esempio una luce ad alta potenza, un acido o una determinata temperatura di calore, le catene forzate vengono decompresse (unzipped) e il processo di degradabilità inesorabilmente avviato. Non ci vorranno più secoli per smaltire un pezzo di plastica ma molto, molto, meno. C'è un altro ordine di tempo da attendere, ora: che i polimeri sperimentali diventino economicamente attraenti per l'industria e i consumatori.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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