Si avvicina di nuovo lo spettro della crisi del 2002?

È di nuovo vicino lo spettro della crisi del 2002?
Mauricio Macri, presidente dell'Argentina

C’è una data che fornisce in qualche modo l’inizio dell’attuale crisi argentina: è il 28 dicembre 2017. Quel giorno le autorità del paese sudamericano avevano annunciato che per il 2018 l’obiettivo di inflazione sarebbe stato più alto di quello programmato in precedenza: il 15% contro il range 8-12%. Tollerando un obiettivo sul livello dei prezzi più elevato, e quindi riducendo i tassi di interesse, si pensava che la ripresa potesse consolidarsi. Parte da qui la ricostruzione della crisi argentina di Francesco Lenzi.

Tutto questo, però, si è scontrato con alcune debolezze che si sono sommate a quelle strutturali dell’economia del paese sudamericano. Le liberalizzazioni, l’apertura del sistema finanziario e una serie di riforme favorevoli al mercato erano state annunciate come lo stimolo necessario per attirare gli investimenti dall’estero che avrebbero modernizzato l’apparato produttivo e migliorato la competitività argentina sui mercati globali.

In realtà, gli investimenti provenienti dall’estero sono stati investiti in titoli di stato (per la gran parte emessi in valuta estera) e nei cosiddetti Lebac, ovvero titoli con scadenza a 35 giorni e denominati in pesos. Dalla metà del 2016, con la stabilizzazione del rapporto di cambio con il dollaro, l’emissione di questi titoli ha permesso di intercettare parte dei risparmi degli argentini e dei capitali esteri che affluivano. Ma, proprio perché denominati in valuta locale, offrire un tasso di rendimento vantaggioso non è sufficiente affinché il rinnovo periodico sia garantito. Occorre che vi sia fiducia sulla stabilità del rapporto di cambio (soprattutto per chi dall’estero vuole investirci) e che le aspettative di inflazione siano ancorate al target.

Per questo la decisione del 28 dicembre 2017 può esser considerata un punto di svolta. Anche a causa della riforma fiscale del presidente Trump, la liquidità in dollari tendeva infatti a ridursi e le aspettative sui tassi negli Usa erano al rialzo, così l’annuncio di una politica monetaria più espansiva di quella programmata ha messo sotto pressione il cambio pesos/dollaro, che tra dicembre 2017 e febbraio 2018 ha perso il 15% del proprio valore. A quel punto, i titoli in pesos non offrivano più un rendimento così vantaggioso sia per gli investitori esteri che per gli argentini. E sono iniziati i disinvestimenti di massa, che nel mese di aprile hanno ridotto le riserve valutarie di oltre 5 miliardi di dollari.

Alla fine è stato necessario far ricorso alle risorse del Fondo monetario internazionale. L’accordo mette a disposizione complessivamente 50 miliardi di dollari, 15 dei quali erogati già a giugno e ha la finalità di coprire il servizio del debito estero fino al 2022.

Ma sorgono tre dubbi. Il primo riguarda l’obiettivo di crescita fissato per il 2018 e il 2019, rispettivamente 0,4% e 1,5%. Appaiono stime troppo ottimistiche. Il secondo è relativo all'eliminazione dei titoli in pesos: la misura potrebbe amplificare la corsa degli argentini verso il dollaro. Il terzo è connesso al mantenimento di un livello minimo di riserve al servizio del debito estero. Con i capitali internazionali che hanno smesso di arrivare e gli argentini alla disperata ricerca di investimenti in dollari per sostituire i Lebac, l’impegno del governo argentino a non utilizzare riserve valutarie per stabilizzare il cambio potrebbe causare ulteriori cadute della moneta nazionale, incrementi dei prezzi e aumenti dei tassi d’interesse, avvitando l’economia nella trappola stagflattiva.

La richiesta inoltrata il 4 settembre all'Fmi dal presidente Macri affinché siano erogati al più presto i restanti 35 mld non fa altro che rafforzare questi interrogativi. Il rischio di un default simile a quello del 2002 potrebbe avvicinarsi più rapidamente di quanto ipotizzato nei mesi scorsi. E non sembra poter fare molto il piano di austerità lanciato il 3 settembre dal presidente argentino.

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