Droni kamikaze, la rivoluzione militare partita dall’Iran: gli Shahed cambiano le guerre moderne

Dall’Ucraina al Medio Oriente, i droni iraniani a basso costo stanno trasformando le strategie militari globali. Con prezzi intorno ai 25–35 mila euro, i modelli Shahed hanno costretto anche Stati Uniti, Russia e Cina a ripensare la guerra tecnologica puntando su sistemi più economici e autonomi

Negli ultimi quindici anni una nuova tecnologia ha rivoluzionato il campo di battaglia: i droni d’attacco a basso costo sviluppati dall’Iran.

I velivoli senza pilota della serie Shahed drone series sono così diventati protagonisti dei conflitti contemporanei, dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia fino alle tensioni nel Medio Oriente.

Il motivo è semplice: costo ridotto, capacità di attacco e facilità di produzione. Un drone Shahed può costare tra 25.000 e 35.000 euro, una cifra irrisoria rispetto ai sistemi militari tradizionali.

Le origini: dal Karrar allo Shahed

Il primo passo della strategia iraniana sui droni risale al 2010, quando Teheran presentò il drone da combattimento Karrar drone, progettato per missioni a lungo raggio e capace di trasportare missili aria-terra. Due anni dopo arrivò il vero salto tecnologico: lo Shahed‑129, considerato il predecessore dei più recenti droni kamikaze.

Secondo diversi analisti militari, la tecnologia potrebbe essere stata sviluppata anche grazie allo studio del drone stealth americano Lockheed Martin RQ‑170 Sentinel, catturato dall’Iran nel 2011.

Gli Shahed-131 e Shahed-136

I modelli più diffusi oggi sono: Shahed‑131 – autonomia tra 700 e 900 km; Shahed‑136 – autonomia superiore ai 2.000 km. Questi velivoli sono progettati come droni kamikaze: vengono programmati con coordinate GPS prima del decollo e si schiantano sul bersaglio trasportando esplosivi. Grazie all’utilizzo di componenti commerciali disponibili sul mercato internazionale, spesso di produzione occidentale, sono relativamente economici e difficili da intercettare.

L’attacco che fece capire il loro potenziale

Il mondo capì la potenza di questa tecnologia nel 2019, quando droni Shahed colpirono gli impianti petroliferi della Saudi Aramco a Abqaiq e Khurais, in Arabia Saudita. Gli attacchi, rivendicati dai ribelli Houthi movement ma attribuiti da molti analisti a Teheran, provocarono incendi enormi e tagliarono temporaneamente circa il 5% della produzione petrolifera mondiale. Fu il primo segnale che una tecnologia relativamente economica poteva mettere in crisi infrastrutture strategiche globali.

Il ruolo nella guerra in Ucraina

Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha adottato massicciamente questi droni. Mosca produce versioni locali chiamate: Geran‑1; Geran‑2. Questi velivoli vengono lanciati spesso in sciami, saturando le difese aeree ucraine e colpendo infrastrutture energetiche e militari.

Anche gli Stati Uniti copiano il modello

Il successo degli Shahed ha costretto anche le grandi potenze militari a cambiare strategia. Gli Stati Uniti hanno sviluppato sistemi simili chiamati LUCAS drone program (Low-Cost Uncrewed Combat Attack System). Questi droni: costano circa 35.000 dollari; possono essere lanciati da terra o da camion; sono collegati a reti satellitari come Starlink. L’obiettivo è replicare l’efficacia operativa dei droni iraniani, ma con sistemi integrati nelle infrastrutture militari occidentali.

Il confronto con i droni tradizionali

La differenza economica rispetto ai droni militari tradizionali è enorme. Ad esempio il drone da combattimento statunitense MQ‑9 Reaper, utilizzato in operazioni antiterrorismo dall’Afghanistan allo Yemen, costa tra 20 e 40 milioni di dollari. Questo significa che con il prezzo di un singolo Reaper si possono produrre centinaia di droni kamikaze. In un contesto di guerra prolungata, il vantaggio economico diventa decisivo.

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