
C’è una materia prima che sta diventando cruciale quanto petrolio, gas e terre rare negli equilibri geopolitici mondiali: il tungsteno.
Poco conosciuto al grande pubblico, questo metallo è oggi al centro della corsa globale agli armamenti. La sua caratteristica principale è estrema: con un punto di fusione di 3.422 gradi centigradi, il tungsteno è il metallo più resistente al calore esistente in natura.
Durissimo, densissimo e quasi impossibile da deformare, viene utilizzato soprattutto nella produzione di munizioni perforanti, missili e sistemi militari capaci di colpire mezzi corazzati senza bisogno di esplosivi.
Prezzi fuori controllo: +800% in poco più di un anno
Secondo le rilevazioni di Fastmarkets e gli analisti del settore minerario, il prezzo del paratungstato di ammonio — composto chiave per la produzione industriale del tungsteno — è schizzato ai massimi storici.
All’inizio del 2025 il valore era vicino ai 350 dollari per tonnellata. Oggi sul mercato europeo ha superato i 3.100 dollari, con un’accelerazione ulteriore dopo l’escalation militare tra Israele e Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz.
Nessuna materia prima strategica ha registrato rincari così violenti nello stesso periodo.
Le guerre cambiano il mercato delle materie prime
Il boom del tungsteno è direttamente collegato alla crescita della domanda militare globale.
La guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, le tensioni nel Pacifico e la corsa al riarmo della NATO stanno consumando munizioni e sistemi di difesa a ritmi record.
Secondo il think tank britannico RUSI, solo per ricostituire parte degli arsenali occidentali servirebbero migliaia di tonnellate aggiuntive di materiali strategici.
Gli analisti sottolineano che l’utilizzo massiccio di missili intercettori, droni militari e munizioni perforanti sta mettendo sotto pressione l’intera filiera globale delle materie prime critiche.
La Cina domina il mercato mondiale
Il vero nodo geopolitico è però un altro: la Cina controlla circa il 75% della produzione mondiale di tungsteno.
Pechino ha inoltre imposto restrizioni sempre più rigide sulle esportazioni di minerali strategici, compreso il tungsteno, riducendo le forniture verso l’estero di circa il 40% nell’ultimo anno.
Una mossa che molti osservatori leggono come parte della nuova guerra economica e tecnologica tra Cina e Occidente.
Il tungsteno si aggiunge così alla lunga lista di materiali critici — dal gallio al germanio fino alle terre rare — su cui Pechino esercita un’enorme influenza globale.
Europa e Stati Uniti scoprono la vulnerabilità strategica
Gli Stati Uniti oggi dipendono totalmente dalle importazioni: l’ultima miniera americana di tungsteno ha chiuso nel 2015.
L’Europa mantiene una produzione limitata, soprattutto in Portogallo e Austria, ma insufficiente per sostenere un eventuale aumento prolungato della domanda militare.
Per questo Washington sta accelerando nuovi investimenti minerari in Asia Centrale, Canada e Africa.
Tra i progetti più strategici c’è quello in Kazakhstan, dove il gruppo Cove Kaz — partecipato anche da Donald Trump Jr. ed Eric Trump secondo il Financial Times — sta cercando centinaia di milioni di dollari di finanziamenti pubblici statunitensi per sviluppare nuovi giacimenti.
La nuova guerra globale passa anche dai metalli
Dietro la corsa al tungsteno si intravede una trasformazione profonda dell’economia mondiale.
Le grandi potenze non competono più soltanto su petrolio e gas, ma su minerali critici indispensabili per difesa, tecnologia, intelligenza artificiale e transizione energetica.
E mentre i conflitti si moltiplicano, il controllo delle materie prime strategiche sta diventando una delle vere armi geopolitiche del XXI secolo.









