Nel pieno di una nuova stagione di tensioni economiche globali, segnata dal ritorno del protezionismo e dalla strategia “America First” di Donald Trump, si riaccende un interrogativo geopolitico destinato a far discutere: l’Italia dovrebbe entrare nei BRICS?
L’inasprimento dei dazi verso Cina, Canada e Messico, insieme alle minacce di nuove barriere commerciali contro l’Unione Europea, stanno accelerando un processo già in atto: la progressiva frammentazione dell’ordine economico globale e la ricerca di alternative al sistema dominato dal dollaro.
L’ascesa dei BRICS: da acronimo a blocco geopolitico
Nati come semplice sigla economica, i BRICS si sono trasformati negli ultimi anni in una piattaforma politica ed economica sempre più strutturata. Dopo il vertice di Vertice BRICS di Johannesburg e soprattutto quello di Vertice BRICS di Kazan, il gruppo ha accelerato il proprio processo di espansione.
Dal 2024 sono entrati nuovi membri come Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran, mentre nel 2025 si è aggiunta anche l’Indonesia. Parallelamente, è stato creato lo status di “Paese partner”, coinvolgendo economie emergenti come Nigeria e Thailandia.
Un’espansione che ha portato il blocco a rappresentare oggi oltre il 40% della popolazione mondiale e una quota crescente del PIL globale, secondo le stime aggiornate di istituzioni internazionali.
La sfida al dollaro e il nuovo ordine multipolare
Uno dei temi più sensibili è la crescente volontà dei BRICS di ridurre la dipendenza dal dollaro nelle transazioni internazionali. L’idea di utilizzare valute nazionali o sistemi alternativi di pagamento sta prendendo forma, alimentando tensioni con Washington.
Proprio su questo punto Donald Trump ha minacciato dazi fino al 100% contro i Paesi del blocco, segnale di quanto la partita sia ormai apertamente geopolitica.
Nonostante ciò, i leader BRICS continuano a ribadire che l’obiettivo non è “contro qualcuno”, ma a favore di un sistema più equilibrato e multipolare, capace di dare maggiore autonomia ai Paesi emergenti.
Italia tra due mondi: opportunità o rischio?
In questo scenario, l’Italia si trova in una posizione unica. Paese fondatore dell’Unione Europea e membro del G7, ma anche storicamente ponte tra Nord e Sud del mondo, tra Occidente e Mediterraneo allargato.
Una possibile apertura verso i BRICS rappresenterebbe una svolta strategica: maggiore diversificazione commerciale, nuovi mercati per l’export e un rafforzamento del ruolo diplomatico italiano.
Tuttavia, una simile scelta comporterebbe anche rischi significativi, a partire dalle relazioni con Bruxelles e Washington, fino alle implicazioni su sicurezza, energia e politica industriale.
Il nodo strategico: autonomia o allineamento?
Il vero tema è politico prima ancora che economico. L’Italia deve decidere se restare pienamente allineata al blocco occidentale o se sperimentare una strategia più autonoma, capace di dialogare con tutti i poli del nuovo ordine globale.
In un mondo sempre più multipolare, dove le alleanze sono fluide e gli equilibri in continuo mutamento, la questione non è più se i BRICS contino, ma quanto influenzeranno il futuro dell’economia mondiale.
Una scelta che riguarda il futuro del Paese
L’ipotesi di un’Italia nei BRICS resta oggi teorica, ma il dibattito è destinato a crescere. Tra crisi delle globalizzazioni, guerre commerciali e nuove sfide energetiche, Roma è chiamata a ridefinire il proprio posizionamento strategico.
Non si tratta solo di scegliere un’alleanza, ma di decidere quale ruolo giocare nel mondo che verrà.










