
Il vertice tra Vladimir Putin e Xi Jinping a Pechino doveva segnare una svolta strategica nei rapporti energetici tra Russia e Cina. Invece, il mancato via libera al gasdotto “Power of Siberia 2” si è trasformato in un duro colpo per Mosca.
Il progetto, considerato fondamentale dal Cremlino per compensare il crollo delle esportazioni verso l’Europa, avrebbe dovuto trasportare fino a 50 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno verso la Cina attraverso la Mongolia.
Ma anche questa volta Xi Jinping non ha firmato l’accordo.
Gazprom in crisi: bruciati miliardi in Borsa
La reazione dei mercati è stata immediata. Gazprom, storico colosso energetico russo e per anni pilastro delle entrate del Cremlino, ha perso circa il 3,5% in una sola seduta, bruciando miliardi di dollari di capitalizzazione.
Il tonfo arriva in un momento già delicato: il gruppo ha annunciato il blocco dei dividendi per il 2025, segnale delle crescenti difficoltà finanziarie provocate dalla guerra, dalle sanzioni occidentali e dalla perdita del mercato europeo.
Secondo diversi analisti internazionali, Mosca avrebbe bisogno disperatamente del mercato cinese per evitare un ridimensionamento strutturale del proprio settore energetico.
La Cina detta le condizioni
Dietro il gelo diplomatico ci sarebbe soprattutto una questione economica. Pechino starebbe chiedendo prezzi del gas estremamente bassi, sfruttando la posizione di debolezza della Russia.
La leadership cinese sa che Mosca ha poche alternative: i continui attacchi dei droni ucraini contro raffinerie, terminali e infrastrutture energetiche stanno aumentando i costi logistici e riducendo l’affidabilità russa come fornitore energetico globale.
Nel frattempo, anche grandi partner commerciali come India e Slovacchia stanno diversificando gli approvvigionamenti per ridurre la dipendenza da Mosca.
L’economia russa sotto pressione
Il mancato accordo con la Cina alimenta i timori sulla tenuta economica della Russia nel medio periodo. Il deficit federale russo continua ad allargarsi e la spesa militare assorbe ormai una quota crescente del bilancio statale.
Secondo osservatori vicini al mercato energetico, Putin potrebbe presto trovarsi davanti a una scelta strategica: cercare una via d’uscita dal conflitto oppure trasformare definitivamente la Russia in un’economia militarizzata e sempre più dipendente dalla Cina.
Il rischio politico per il Cremlino
La crisi di Gazprom rischia inoltre di colpire direttamente gli equilibri interni del potere russo. Per anni il settore energetico ha alimentato il sistema oligarchico vicino al Cremlino attraverso contratti miliardari, esportazioni e rendite strategiche.
Ora, con margini sempre più ridotti e mercati internazionali in fuga, cresce il rischio di tensioni tra élite economiche e apparato politico.
E mentre Xi Jinping consolida il suo ruolo di partner dominante, Putin appare sempre più costretto a negoziare da una posizione di debolezza.









