Dallo Stato minimo allo Stato produttivo: la nuova sfida dell’economia britannica (e non solo)

Dopo oltre quarant’anni di privatizzazioni, il Regno Unito apre un nuovo dibattito: lo Stato deve limitarsi a correggere i fallimenti del mercato oppure tornare protagonista negli investimenti strategici?

Per decenni il mantra è stato chiaro: meno Stato, più mercato. Ora, nel cuore del Paese che più di ogni altro ha sperimentato privatizzazioni e liberalizzazioni, torna una domanda destinata a riaprire il confronto economico e politico: e se lo Stato dovesse tornare a produrre?

 

Il nuovo dibattito nasce dal cosiddetto “modello Manchester”, legato all’esperienza amministrativa di Andy Burnham, possibile futuro leader laburista britannico. Il pamphlet The Productive State. A Framework for Manchesterism propone una nuova visione: lo Stato non come semplice redistributore di risorse o regolatore dei mercati, ma come soggetto capace di investire, coordinare e creare capacità produttiva.

Secondo gli autori, il problema del Regno Unito non sarebbe solo l’inflazione, la Brexit o la crisi energetica, ma una debolezza strutturale: dopo decenni di privatizzazioni, molti settori essenziali – energia, trasporti, acqua, edilizia sociale – avrebbero perso capacità di investimento di lungo periodo.

Il concetto chiave è quello di “privatisation premium”: il costo aggiuntivo generato quando servizi fondamentali vengono affidati a soggetti privati che devono remunerare capitale, azionisti e finanziatori. Il risultato, secondo questa lettura, sarebbe un aumento dei prezzi per cittadini e imprese e un maggiore intervento pubblico per compensare gli effetti del mercato.

La proposta del “Productive State” non punta però alla sostituzione totale del mercato. L’idea è selettiva: lo Stato dovrebbe intervenire soprattutto dove il settore privato non garantisce investimenti sufficienti, come infrastrutture strategiche, transizione energetica, sicurezza economica e beni collettivi.

La vera novità del dibattito britannico è quindi un cambio di prospettiva: non chiedersi soltanto quanto lo Stato spende, ma cosa è in grado di costruire.

Una riflessione che riguarda anche l’Europa (e, in particolare, l’Italia). In un’epoca segnata da competizione globale, crisi energetiche e trasformazioni tecnologiche, molti Paesi stanno ripensando il ruolo pubblico nell’economia: non più semplice “correttore” dei mercati, ma possibile motore di innovazione, produttività e sviluppo.

La partita ora sarà capire se questa nuova stagione dell’intervento pubblico saprà evitare gli errori del passato – inefficienze, burocratizzazione e protezionismi – riuscendo invece a creare infrastrutture, competenze e investimenti di lungo periodo.

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