L’Europa accelera. Davanti al rischio di paralisi del commercio globale, sette Paesi occidentali stanno lavorando a un piano per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, uno dei chokepoint energetici più cruciali al mondo, da cui transita circa il 20% del petrolio globale.
Al tavolo, riuniti tra Bruxelles e Londra, ci sono Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Canada e Giappone. L’obiettivo è chiaro: evitare che l’escalation militare nel Golfo si trasformi in uno shock sistemico per l’economia mondiale.
Una missione navale sul modello delle operazioni anti-pirateria
Secondo fonti diplomatiche, il piano allo studio prevede una missione internazionale di protezione delle rotte commerciali, con navi militari incaricate di scortare le petroliere e garantire la libertà di navigazione.
L’iniziativa richiama precedenti operazioni europee e NATO nel Corno d’Africa, ma questa volta lo scenario è molto più delicato: lo Stretto di Hormuz è oggi al centro delle tensioni tra Iran, Stati Uniti e Israele, con il rischio concreto di un allargamento del conflitto.
Londra ha aperto esplicitamente alla possibilità di un intervento, parlando di una missione “difensiva e di deterrenza”. Una posizione condivisa anche da altri partner europei, pur con diverse sfumature.
Parigi frena: “Prima la tregua”
Se da un lato cresce la pressione per garantire la sicurezza marittima, dall’altro la diplomazia europea insiste su una soluzione politica. Parigi, in particolare, ha lanciato un appello immediato al cessate il fuoco.
“La priorità è fermare l’escalation”, è la linea ribadita dal governo francese, che teme un effetto domino su energia, inflazione e stabilità globale. Anche Berlino si muove su una posizione simile, sottolineando i rischi economici di un conflitto prolungato.
Il nodo energia e il rischio shock globale
Lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio strategico: è il cuore della sicurezza energetica mondiale. Un blocco prolungato potrebbe far schizzare i prezzi del petrolio ben oltre i 100 dollari al barile, con effetti immediati su inflazione, trasporti e produzione industriale.
Secondo le ultime analisi dei mercati energetici, anche una riduzione parziale dei flussi potrebbe generare una nuova crisi simile – se non peggiore – a quella seguita alla guerra in Ucraina. L’Europa, ancora dipendente dalle importazioni, è tra le aree più esposte.
Tra deterrenza militare e diplomazia
Il piano dei sette Paesi si muove quindi su un doppio binario: presenza militare per evitare incidenti e pressione diplomatica per arrivare a una de-escalation.
Non si esclude, in caso di peggioramento della situazione, un coinvolgimento più ampio anche sotto l’ombrello della NATO, anche se al momento l’ipotesi resta sullo sfondo.
Un equilibrio fragile
La partita resta aperta. Da un lato la necessità di proteggere una delle arterie vitali dell’economia globale, dall’altro il rischio che qualsiasi intervento possa essere percepito come un’escalation militare.
Per l’Europa è una prova di maturità geopolitica: riuscire a difendere i propri interessi strategici senza alimentare il conflitto. Un equilibrio difficile, ma decisivo per i prossimi mesi.









