
L’Italia compie passi avanti sull’uguaglianza di genere, ma il divario con l’Europa resta evidente. Secondo il nuovo Bilancio di genere pubblicato dalla Ragioneria dello Stato, il nostro Paese è oggi al 12° posto nell’Indice europeo di uguaglianza di genere elaborato dall’Eige (European Institute for Gender Equality), con un punteggio di 61,9 contro la media UE di 63,4.
Un miglioramento significativo rispetto al passato: dal 2010 l’Italia ha guadagnato tredici posizioni, registrando la crescita più alta dell’intera Unione Europea. Ma dietro il progresso statistico restano squilibri strutturali ancora profondi.
Sul lavoro l’Italia è ultima nell’Unione Europea
Il dato più critico riguarda il mercato del lavoro. Nel settore “occupazione”, l’Italia si colloca all’ultimo posto tra tutti i Paesi UE, con un punteggio addirittura peggiorato negli ultimi quindici anni.
Pesano soprattutto tre fattori: la bassa partecipazione femminile al lavoro, l’elevata diffusione del part-time involontario e la concentrazione delle donne in settori meno retribuiti, come assistenza, istruzione e cura della persona.
Nel frattempo, comparti strategici ad alta crescita – come tecnologia, digitale e intelligenza artificiale – continuano a essere dominati dagli uomini, ampliando il rischio di nuove disuguaglianze economiche nei prossimi anni.
Redditi più bassi e maggiore vulnerabilità economica
Le differenze emergono con forza anche dalle dichiarazioni Irpef. Sebbene le donne rappresentino quasi il 48% dei contribuenti italiani, dichiarano soltanto il 38,5% del reddito complessivo nazionale.
Quasi una donna su due percepisce meno di 15mila euro l’anno, mentre nelle fasce superiori ai 50mila euro le donne sono appena il 4,3%, contro il 10% degli uomini.
Il rapporto evidenzia inoltre come molte lavoratrici vengano ancora considerate “percettrici di reddito secondario”, un modello culturale che continua a influenzare salari, carriere e stabilità economica.
Famiglia, carico domestico e smart working: il peso invisibile
Il documento del Mef conferma anche il forte squilibrio nella distribuzione del lavoro domestico e familiare. In Italia le donne dedicano ancora molto più tempo degli uomini alla cura della casa e dei figli rispetto alla media europea.
Lo smart working viene utilizzato prevalentemente dalle lavoratrici come strumento di conciliazione familiare, mentre i congedi parentali maschili restano poco diffusi.
Secondo diversi studi europei, proprio il peso del lavoro non retribuito rappresenta uno dei principali ostacoli alla crescita professionale femminile.
Più donne nei vertici, ma la parità è ancora lontana
I segnali positivi arrivano invece dalla rappresentanza politica ed economica. Negli ultimi anni è aumentata la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle grandi società quotate, dove le donne superano ormai il 44%.
Anche in Parlamento cresce lentamente l’equilibrio di genere, sebbene la piena parità sia ancora distante.
Un cambiamento favorito anche dalle quote di genere introdotte negli ultimi anni e dalla maggiore pressione europea sui temi ESG e inclusione.
La sfida vera resta economica
Il quadro che emerge è quello di un’Italia che cambia, ma troppo lentamente. La distanza salariale, la precarietà lavorativa e il basso tasso di occupazione femminile continuano a frenare non solo le donne, ma l’intera crescita economica del Paese.
Secondo le stime della Commissione Europea, aumentare l’occupazione femminile ai livelli medi UE potrebbe generare decine di miliardi di euro aggiuntivi per il PIL italiano nei prossimi anni.
La questione di genere, dunque, non è più soltanto sociale: è ormai una delle grandi sfide economiche strutturali dell’Italia.









