
Faduma Abdirisaq Warsame, 22 anni, è arrivata in Europa attraverso Lampedusa dopo essere fuggita dalla Somalia. A fine marzo ha raggiunto la Germania, dove vivono la madre e altri familiari che non vedeva da 17 anni.
Il suo trasferimento in Italia era stato programmato per il 19 agosto, perché secondo le autorità tedesche la responsabilità della sua domanda di asilo ricade sull’Italia, in quanto primo Paese di ingresso nell’Unione europea.
Ma alla vigilia del trasferimento è arrivata la svolta: una comunità evangelica di Norimberga, in Baviera, ha accolto la giovane nel Kirchenasyl, il cosiddetto “asilo ecclesiastico”.
Che cos’è il “Kirchenasyl”?
Non è un annullamento dell’ordine di trasferimento. È una forma di protezione temporanea attraverso la quale una comunità religiosa può chiedere alle autorità di riesaminare un caso per ragioni umanitarie.
Nel 2015 il BAMF, l’Ufficio federale tedesco per la migrazione e i rifugiati, e le Chiese hanno definito una procedura specifica per i casi di asilo ecclesiastico nell’ambito del sistema di Dublino.
Per Faduma, dunque, il trasferimento non è definitivamente cancellato: per ora, però, la giovane è al sicuro in Germania.
Il nodo europeo: chi deve esaminare la domanda?
Al centro della disputa c’è il Regolamento di Dublino, il sistema europeo che stabilisce quale Stato sia responsabile dell’esame di una domanda di protezione internazionale.
In linea generale, il primo Paese dell’UE attraverso il quale il richiedente entra può essere chiamato a gestire la procedura.
È proprio questo meccanismo che trasforma l’Italia, principale frontiera mediterranea dell’UE, in uno dei Paesi maggiormente esposti alle conseguenze del sistema.
Il 12 giugno cambia la partita
La vicenda si inserisce nella nuova fase inaugurata il 12 giugno 2026, quando è entrato in applicazione il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo.
Roma sostiene che, nella fase iniziale, le riammissioni debbano riguardare soprattutto le persone arrivate dopo questa data. Berlino interpreta invece le proprie responsabilità in modo più ampio.
Il caso Faduma è diventato così un banco di prova della nuova architettura europea dell’asilo.
E ora arriva la Svizzera
Mentre Roma e Berlino trattano, si apre un secondo fronte.
La Svizzera ha annunciato che dalla fine di agosto riprenderanno gradualmente i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo per i quali, secondo le regole europee applicabili alla Confederazione, l’Italia è responsabile.
La Segreteria di Stato della migrazione svizzera ha confermato che i primi voli sono già stati prenotati e che inizialmente saranno coinvolti soltanto casi isolati.
Per ora fino a 652 persone
Secondo i dati citati dalla stampa svizzera, dalla fine del 2022 erano rimaste sospese 3.784 procedure di trasferimento verso l’Italia. Di queste, al momento, fino a 652 persone potrebbero essere interessate dalla ripresa delle riammissioni.
Il numero effettivo dipenderà però dall'applicazione delle nuove procedure e dalla disponibilità italiana ad accogliere anche persone entrate prima del 12 giugno.
Roma e Berna non hanno la stessa interpretazione
La Svizzera ha chiarito che i primi casi riguarderanno persone arrivate dopo il 12 giugno, ma ha anche precisato di non aver raggiunto con Roma un accordo che escluda automaticamente i richiedenti asilo entrati prima di quella data.
La differenza di interpretazione è quindi destinata a restare uno dei principali nodi dei prossimi mesi.
L’Italia rischia di diventare il “punto di ritorno”
La questione è più ampia dei singoli trasferimenti.
Se Germania e Svizzera riattivano progressivamente le procedure, l’Italia rischia di diventare il principale “punto di ritorno” per i richiedenti asilo entrati dalla frontiera mediterranea e successivamente trasferitisi verso altri Paesi europei.
Secondo la logica del nuovo Patto UE, però, la maggiore responsabilità dei Paesi di frontiera dovrebbe essere accompagnata da sostegno finanziario, solidarietà e meccanismi di redistribuzione.
Una crisi che coinvolge tutta l’Europa
Il caso Faduma arriva inoltre mentre Roma è impegnata in un delicato confronto con la Spagna sulla gestione della frontiera e sulla libera circolazione nello spazio Schengen.
Il risultato è un paradosso: mentre l’UE cerca di rafforzare una politica comune su asilo e migrazione, le tensioni tra gli Stati membri rischiano di trasformare la gestione dei migranti in una serie di negoziati bilaterali, riammissioni e controlli alle frontiere interne.
La vicenda di Faduma, dunque, non riguarda soltanto il destino di una giovane donna.
È il test di un problema molto più grande: può l’Europa gestire una frontiera comune con regole davvero comuni, senza lasciare ai Paesi mediterranei una responsabilità sproporzionata?


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