
Oltre 110 milioni di dollari sottratti durante l’era dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika stanno per rientrare nelle casse dello Stato algerino dalla Svizzera.
Un risultato significativo, arrivato dopo anni di indagini e cooperazione giudiziaria internazionale, che segna un punto a favore della lotta alla corruzione nel Paese nordafricano.
La lunga battaglia legale
Il recupero dei fondi è stato possibile grazie a una complessa attività diplomatica e giudiziaria: l’Algeria ha inviato 33 rogatorie alle autorità svizzere, di cui la maggior parte accolta.
Un percorso lento e articolato, che dimostra quanto sia difficile riportare a casa capitali esportati illegalmente, soprattutto quando coinvolgono sistemi finanziari esteri altamente protetti.
Il ruolo della Svizzera e la cooperazione internazionale
Berna ha collaborato attivamente al processo di restituzione, insieme ad altri Paesi come la Spagna, contribuendo a sbloccare una parte dei fondi.
Diversa, invece, la posizione della Francia, che – secondo fonti ufficiali algerine – non avrebbe ancora risposto a decine di richieste di assistenza giudiziaria.
Dal crollo del regime alla caccia ai capitali
La vicenda affonda le radici nel 2019, quando il movimento popolare Hirak portò alla caduta del regime di Bouteflika dopo settimane di proteste.
Da allora, le autorità algerine hanno avviato una vasta campagna anticorruzione, colpendo ex funzionari, imprenditori e reti di potere legate al vecchio sistema.
Non solo Svizzera: miliardi recuperati
Il recupero dei 110 milioni si inserisce in un quadro più ampio: secondo il presidente Abdelmadjid Tebboune, l’Algeria avrebbe già recuperato circa 30 miliardi di dollari tra beni sequestrati, aziende e asset industriali reintegrati nell’economia nazionale.
Un’operazione imponente, che punta a ricostruire la fiducia nelle istituzioni e rilanciare l’economia.
Il nodo dei paradisi finanziari
Il caso riaccende i riflettori sulla Svizzera e, più in generale, sui sistemi finanziari internazionali che per anni hanno attratto capitali di dubbia provenienza.
Negli ultimi anni, però, la pressione internazionale ha spinto verso maggiore trasparenza e cooperazione, rendendo più frequenti operazioni di rimpatrio dei fondi illeciti.
Una partita ancora aperta
Nonostante i progressi, gran parte dei capitali sottratti durante il regime restano ancora all’estero.
Il recupero completo richiederà tempo, accordi bilaterali e una costante pressione diplomatica.










