
Dal 2022 l'Unione europea è diventata il principale sostenitore finanziario dell'Ucraina, con oltre 75 miliardi di euro tra aiuti economici, umanitari e strumenti di sostegno. A questi si aggiungono il programma SAFE, che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti per investimenti nella difesa, e il nuovo fondo pluriennale destinato a Kiev previsto nel bilancio europeo 2028-2034.
Nonostante l'impegno finanziario, però, non è nato un vero bilancio europeo della difesa, né un esercito comune o un'autorità militare federale.
Perché l'Europa resta divisa
Secondo l'analisi dell'economista Jacob Funk Kirkegaard del Peterson Institute for International Economics, la guerra in Ucraina ha rafforzato il sostegno economico dell'Ue, ma non l'integrazione politica e militare.
Le ragioni principali sono due: i Paesi più vicini alla Russia, come Polonia, Finlandia e Stati baltici, percepiscono una minaccia molto più diretta; gli Stati con elevato debito pubblico, tra cui Italia, Francia, Spagna e Grecia, dispongono di minori margini per aumentare la spesa militare.
Il risultato è una strategia europea ancora fortemente condizionata dalle priorità nazionali.
L'Europa della difesa procede a due velocità
A colmare almeno in parte questo vuoto sta emergendo la cosiddetta "Coalition of the Willing", un gruppo di Paesi guidato da Regno Unito, Germania, Francia, Polonia, Paesi baltici, Danimarca, Finlandia e Norvegia, impegnati a rafforzare la cooperazione militare e industriale al di fuori delle istituzioni comunitarie.
L'Italia, almeno in questa fase, non figura tra i principali promotori dell'iniziativa, alimentando il dibattito sul ruolo che Roma intende svolgere nella futura architettura della sicurezza europea.
Il nodo politico resta aperto
La guerra in Ucraina ha dimostrato che l'Europa è capace di mobilitare ingenti risorse finanziarie comuni. Tuttavia, il passaggio decisivo verso una vera Difesa europea, con un esercito integrato, una governance condivisa e un bilancio federale, continua a scontrarsi con la volontà degli Stati membri di mantenere il controllo sulle proprie forze armate e sulle decisioni strategiche.
Finché sicurezza e difesa resteranno competenze prevalentemente nazionali, l'Unione rischia di continuare a essere una potenza economica senza una piena capacità geopolitica e militare.








