Energia, l’Italia riapre al carbone? Quattro centrali ancora strategiche tra crisi globale e prezzi del gas

Con lo Stretto di Hormuz sotto pressione e il gas in rialzo, il governo valuta scenari di emergenza: uscita dal carbone rinviata al 2038

La nuova instabilità in Medio Oriente, con le tensioni sullo Stretto di Hormuz, riporta al centro una questione mai davvero chiusa: la sicurezza energetica dell’Italia.

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha lanciato un segnale chiaro: se il prezzo del gas dovesse superare i 70 euro al megawattora, il ritorno al carbone potrebbe diventare una necessità. Un’ipotesi che fino a pochi anni fa sembrava archiviata.

Phase-out rinviato: stop al carbone slitta al 2038

Il piano italiano prevedeva l’uscita dal carbone entro il 2025 (con eccezione della Sardegna), ma la crisi energetica prima legata alla guerra in Ucraina e ora alle tensioni globali ha cambiato lo scenario.

Con le ultime misure energetiche, il phase-out è stato ufficialmente rinviato al 2038, allineandosi a una strategia europea più prudente sulla transizione energetica, in un contesto segnato da volatilità dei prezzi e rischi geopolitici crescenti.

Le quattro centrali italiane: tra standby e operatività

Oggi in Italia restano quattro centrali a carbone, per una capacità complessiva di circa 4,7 gigawatt.

Due sono ferme ma non smantellate, e quindi potenzialmente riattivabili:
la centrale di Torrevaldaliga Nord e quella di Federico II, entrambe ex impianti strategici di Enel.

Le altre due sono ancora operative in Sardegna, considerate essenziali per la stabilità della rete elettrica dell’isola:
Grazia Deledda e Fiume Santo.

Prezzi e geopolitica: il nodo gas

Il possibile ritorno al carbone è legato a doppio filo all’andamento del gas naturale. Dopo il picco del 2022, i prezzi restano altamente volatili e sensibili agli shock internazionali.

Secondo analisi recenti di organismi europei, il rischio principale è legato proprio ai colli di bottiglia nelle rotte energetiche globali, come Hormuz, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.

Transizione energetica sotto pressione

Il carbone resta la fonte più inquinante, ma anche una delle più stabili in termini di approvvigionamento. È questo il paradosso che oggi affrontano molti Paesi europei: accelerare la decarbonizzazione senza compromettere la sicurezza energetica.

Secondo il think tank ECCO, l’uscita dal carbone rappresenta la principale leva per ridurre le emissioni del sistema energetico italiano. Tuttavia, il rallentamento della transizione rischia di far slittare gli obiettivi climatici, soprattutto in assenza di alternative rapide e sostenibili.

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