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Dal palco di Bari, dove il 4 settembre ha celebrato i 1.413 giorni di governo, il record per un esecutivo nella storia della Repubblica italiana, Giorgia Meloni ha rilanciato uno dei temi più sensibili della politica energetica: aumentare l'estrazione nazionale di petrolio.
“Vogliamo aumentare la quota di petrolio che si può estrarre nei nostri mari”, ha detto la presidente del Consiglio, sostenendo che non avrebbe senso acquistare greggio dal Qatar quando l'Italia dispone di risorse in Basilicata.
Il riferimento è soprattutto ai giacimenti della Basilicata, la regione del Sud Italia che ospita il più importante polo petrolifero onshore del Paese.
Il paragone con il “Drill, baby, drill” di Trump
Il messaggio ricorda inevitabilmente lo slogan energetico di Donald Trump, “Drill, baby, drill”, con cui il presidente americano ha sostenuto l'aumento della produzione nazionale di petrolio e gas.
La filosofia è simile: sfruttare maggiormente le risorse domestiche per ridurre la dipendenza dalle importazioni e aumentare la sicurezza energetica.
Ma nel caso italiano le proporzioni sono molto diverse.
L’Italia produce poco rispetto a quanto consuma
Secondo i dati più recenti disponibili, nel 2025 l'Italia disponeva di circa 578 milioni di barili di riserve petrolifere provate, mentre la produzione si è attestata intorno a 137.000 barili al giorno.
Il consumo nazionale, invece, ha raggiunto circa 1,21 milioni di barili al giorno. La produzione italiana copre quindi soltanto l'11% circa del fabbisogno.
È questo il punto centrale del dibattito: anche aumentando significativamente le estrazioni, l'Italia non potrebbe diventare autosufficiente nel petrolio.
La Basilicata è importante, ma non basta
La Basilicata rappresenta il cuore della produzione petrolifera italiana. Qui si trova il grande giacimento della Val d'Agri, gestito da Eni, uno dei principali asset energetici del Paese.
Ma trasformare questa risorsa in una soluzione alla dipendenza energetica italiana è un'altra questione.
Le riserve nazionali sono infatti limitate rispetto alla dimensione dei consumi. L'Italia continua a importare la grande maggioranza del petrolio necessario alla propria economia e alla propria industria.
Più estrazioni significa bollette più basse?
È questo il passaggio più controverso.
Aumentare la produzione nazionale può ridurre marginalmente la dipendenza dalle importazioni e migliorare la sicurezza degli approvvigionamenti, ma non significa automaticamente che benzina, diesel o bollette energetiche diventino meno costosi.
Il petrolio è infatti una commodity scambiata su un mercato globale: il prezzo del greggio italiano è fortemente influenzato dalle quotazioni internazionali, non soltanto dal costo di estrazione in Basilicata.
Per questo, anche un incremento della produzione nazionale avrebbe un effetto quantitativamente limitato sul prezzo pagato dagli automobilisti italiani.
Il vero problema: quanto può incidere il petrolio italiano?
La questione energetica italiana è quindi più complessa dello slogan politico.
L'Italia può certamente sfruttare maggiormente le proprie risorse, se economicamente e ambientalmente conveniente, ma non può trasformare le proprie riserve petrolifere in una vera indipendenza energetica.
I numeri suggeriscono prudenza. Con una produzione nazionale pari a poco più di un decimo dei consumi, il petrolio della Basilicata può rappresentare una componente della sicurezza energetica italiana, non una soluzione alla dipendenza dall’estero.



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