Il 2025 segna un punto di non ritorno nei rapporti energetici tra Russia ed Europa. Le esportazioni di gas di Gazprom verso il mercato europeo sono scese a soli 18 miliardi di metri cubi, in calo del 44% su base annua, toccando il livello più basso dall’inizio degli anni Settanta.
Solo TurkStream ancora operativo
I dati, elaborati da Reuters, si basano sui flussi del gasdotto TurkStream, rimasto l’unico canale attivo per il gas russo diretto in Europa. Una fotografia che certifica il progressivo smantellamento dell’architettura energetica costruita tra Mosca e l’Occidente negli ultimi cinquant’anni.
Un tuffo indietro di mezzo secolo
Per ritrovare volumi così bassi bisogna tornare al 1973, quando l’Unione Sovietica esportava appena 6,8 miliardi di metri cubi verso Austria e Italia. Da allora, le forniture erano cresciute costantemente: 19,3 bcm nel 1975 con l’accordo “gas-for-pipes” con la Germania; 54,8 bcm nel 1980; circa 110 bcm nei primi anni ’90.
Il picco prima della frattura geopolitica
Il massimo storico è stato raggiunto nel 2018-2019, con 170-180 miliardi di metri cubi esportati in Europa, pari a circa l’80% delle vendite di Gazprom fuori dall’ex Urss. Da allora, i volumi sono crollati di dieci volte, travolti dall’invasione dell’Ucraina e dalla strategia europea di riduzione della dipendenza energetica da Mosca.
La Cina prende il posto dell’Europa
Nel nuovo assetto globale, la Cina ha sostituito l’Europa come principale mercato di esportazione di Gazprom. Nel 2025 Pechino ha importato 38,8 miliardi di metri cubi attraverso il gasdotto Power of Siberia, secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato Alexei Miller.
Prezzi scontati per Pechino
Ma il cambio di rotta ha un costo. Secondo il ministero russo dello Sviluppo economico, la Cina paga il gas russo circa 248 dollari per 1.000 metri cubi, contro una media di 401 dollari pagata dagli altri clienti esteri. Un forte sconto che pesa sui conti di Gazprom.
Export complessivo ancora in difficoltà
Secondo le stime della società di intermediazione BCS, nel 2025 le esportazioni totali di Gazprom verso i Paesi non CSI dovrebbero attestarsi a 78 miliardi di metri cubi, in calo rispetto al 2024 ma leggermente sopra i 70 bcm del 2023, il livello più basso dal 1985.
Potenziale enorme, sbocchi limitati
Le risorse non mancano. “Se esiste domanda ed è economicamente sostenibile, Gazprom potrebbe esportare oltre 500 miliardi di metri cubi all’anno”, ha spiegato Vyacheslav Kulagin dell’Accademia russa delle scienze. Ma la realtà geopolitica racconta un’altra storia.
I piani alternativi restano bloccati
Il progetto di un hub del gas in Turchia, pensato come snodo strategico per l’export russo, è stato di fatto accantonato. Ankara resta il secondo cliente dopo la Cina, ma ha rifiutato nuovi contratti di lungo periodo, limitandosi a proroghe annuali.
Il nodo Cina resta aperto
Mosca ha annunciato un memorandum per aumentare le esportazioni verso la Cina di altri 50 miliardi di metri cubi l’anno, ma Pechino non ha ancora confermato. Alla base dello stallo ci sarebbero forti divergenze sui prezzi, con la Cina che spinge per tariffe vicine a quelle interne russe, sotto i 100 dollari per 1.000 metri cubi.
L’Europa accelera l’uscita dal gas russo
Nel frattempo Bruxelles stringe i tempi: l’Unione Europea ha deciso di eliminare gradualmente tutte le importazioni di gas russo entro l’autunno del 2027. Dal 1° gennaio 2025, inoltre, l’Ucraina ha definitivamente interrotto il transito del gas russo attraverso il proprio territorio.
Un’era energetica al tramonto
Il crollo delle esportazioni verso l’Europa certifica la fine di un’epoca. Per Gazprom, e per il Cremlino, il gas resta una leva strategica. Ma senza l’Europa, e con la Cina in posizione di forza negoziale, il futuro dell’export russo appare più incerto e meno redditizio.



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