Dal 1993 il bilancio tra nascite e decessi in Italia è in rosso. Da allora, solo l’immigrazione ha evitato un calo costante della popolazione. Ma oggi neppure questo è più sufficiente: il declino demografico avanza, minando la sostenibilità dei servizi pubblici e delle pensioni.
Una transizione lunga decenni
Negli anni '50 e '60, la crescita demografica era trainata da un saldo naturale positivo, vicino all’1% annuo. Il contributo migratorio, però, era negativo: più italiani partivano di quanti stranieri arrivassero. Dalla metà degli anni ’70 il trend si è invertito: la natalità è crollata e la popolazione ha smesso di crescere.
L’immigrazione come unica stampella (ora insufficiente)
Tra il 2002 e il 2014, la popolazione italiana è cresciuta dello 0,1-0,2% l’anno, solo grazie agli immigrati. Ma dal 2015 neanche questo meccanismo tiene più: il calo naturale ha superato il contributo migratorio. E nel 2021, senza nuovi ingressi, la popolazione sarebbe diminuita dello 0,36%. Anche includendoli, la perdita resta evidente: –0,14%.
Una presenza sempre più significativa
Negli ultimi decenni, il numero di stranieri residenti in Italia è aumentato in modo esponenziale:
1981: 211.000
1991: 356.000
2001: 1,3 milioni
2025: quasi 5,5 milioni
Una crescita imponente, ma non sufficiente a invertire il declino.
Il segnale da non ignorare
Il quadro è chiaro: l’Italia dipende dall’immigrazione per restare in equilibrio, ma non può più contare solo su questo fattore. Servono politiche demografiche strutturali, incentivi alla natalità e strategie di integrazione efficaci. Altrimenti, il declino sarà irreversibile.





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