La Banca centrale europea ha confermato la sua linea: i tassi d’interesse restano fermi e l’euro forte non è una scusa sufficiente per cambiare rotta. Dopo due giorni di riunione a Francoforte, il Consiglio direttivo ha mantenuto il tasso sui depositi al 2%, quello sui rifinanziamenti principali al 2,15% e quello marginale al 2,40%. Nessuna sorpresa, ma molte tensioni.
Lagarde risponde alle pressioni: “Va tutto bene così”
La presidente Christine Lagarde ha ribadito che i tassi “vanno bene così” e che rilanciare la crescita non è compito della Bce, bensì della politica. In conferenza stampa ha osservato che il cambio euro-dollaro, oggi intorno a 1,18 dopo essere sfiorato 1,21 a fine gennaio, è “nella media storica” e che non c’è motivo di allarmarsi. Questa interpretazione tuttavia stride con molte analisi di mercato.
L’economia resiste, ma a che costo?
Nonostante il clima fra tensioni geopolitiche, dazi commerciali e un’economia globale debole, la Bce segnala una certa resilienza dell’eurozona: nel primo trimestre l’economia ha registrato una crescita dello 0,3%, superiore alle attese, e la previsione per il 2026 resta su un +1,2%, con prospettive di 1,4% nel 2027. Ma questi dati non catturano le difficoltà reali di PMI e settori sensibili come l’automotive e l’export italiano, penalizzati da un euro forte e dalla competizione globale.
Riforme, riforme, riforme: il messaggio politico di Francoforte
Lagarde ha lanciato un chiaro messaggio alle capitali europee: la Bce non taglierà i tassi per “aiutare la crescita”. Al contrario, invierà ai leader europei una “check list” di riforme strutturali da implementare, che include:
✔ completamento dell’unione dei mercati dei capitali
✔ unione bancaria
✔ competitività del mercato unico
✔ innovazione digitale e produttività
quasi a dire: “Se volete crescita reale, pensateci voi”.
Gli effetti sul mercato finanziario
La reazione dei mercati non si è fatta attendere. Le Borse europee hanno chiuso in ribasso: Madrid -2,1% e Milano -1,7%, mentre Wall Street ha segnato un calo del Dow Jones di circa -0,9%, trascinata dal settore tech. Anche lo spread Btp-Bund è rimasto piuttosto fermo, intorno ai 63 punti base, indicatore di un sentiment incerto.
L’euro che pesa su esportazioni e inflazione
Un euro forte riduce la competitività delle esportazioni europee e contribuisce a contenere l’inflazione. A gennaio il dato è sceso a 1,7%, sotto l’obiettivo della Bce del 2%. Per la banca centrale questo non richiede un cambio di rotta, ma per molti analisti significa una pressatura continua sulle imprese orientate all’export, soprattutto in Italia.
Crisi di fiducia e prudenza “a doppio taglio”
L’inerzia monetaria della Bce — definita da alcuni economisti prudenza “brutta” o addirittura “cattiva” — riflette una volontà di conservare margine d’azione in caso di shock futuri. Ma l’effetto collaterale è tangibile: ritardo nei segnali di stimolo, umore fragile degli investitori e debolezza di settori chiave come credito alle imprese e consumi interni.
L’eurozona osservata speciale
Al centro delle discussioni anche il tema dei cambi: un euro sotto 1,20/1,21 dollari non è, secondo Lagarde, un problema strutturale. Tuttavia, all’estero la percezione è diversa: analisti e operatori temono che un euro costantemente forte possa alimentare squilibri commerciali con Usa e Asia, aggravando i deficit.
Appuntamento a Bruxelles: riforme o stagnazione?
Il prossimo banco di prova sarà il Consiglio informale UE del 12 febbraio ad Alden Biesen (Belgio), dove Lagarde discuterà di crescita con i leader europei insieme a piani come quello di Mario Draghi e Enrico Letta per la crescita sostenibile e il rilancio del mercato unico.
Migranti, clima e relazioni internazionali: un quadro più ampio
La rigidità monetaria si inserisce in un quadro europeo più ampio: tra pressioni per un approccio comune alla crisi migratoria, tensioni geopolitiche con la Russia e richieste di nuove politiche energetiche sostenibili, la Bce sembra mostrare la sua versione più prudente e conservatrice degli ultimi anni.



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