
Negli ultimi 45 anni la regione medio-orientale ha attraversato conflitti lunghissimi: la guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), la prima guerra del Golfo (1990-1991), l’invasione Usa dell’Iraq nel 2003 e la lunga instabilità culminata con l’Isis. Ogni volta si è parlato di “guerra definitiva”. Ogni volta si è invece aperta una nuova fase di caos.
L’ultima escalation – arrivata dopo il viaggio del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Washington e il fallimento della diplomazia – riaccende uno scenario che sembrava già scritto.
🎯 Attacchi “preventivi” e diritto internazionale
Israele e gli Stati Uniti parlano di azione preventiva contro il programma nucleare iraniano, con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare missili balistici e capacità strategiche di Teheran. Trump e Netanyahu sostengono la necessità di colpire prima che la minaccia diventi irreversibile. Teheran respinge le accuse e denuncia un’aggressione illegittima. Il rischio? Un conflitto regionale su larga scala.
🛢️ Il nodo petrolio: Hormuz e mercati globali
Il vero termometro della crisi resta lo Stretto di Hormuz, passaggio obbligato per circa un quarto delle forniture mondiali di petrolio. L’Iran ha più volte minacciato la chiusura del corridoio marittimo in caso di attacchi prolungati. Un’ipotesi che farebbe schizzare le quotazioni del greggio, con effetti immediati su inflazione e crescita globale, Europa inclusa. Dallo stretto di Horumz passa circa 1/5 del commercio mondiale di petrolio. Per l’Ue – già fragile sul fronte energetico – sarebbe l’ennesimo shock.
🌐 Russia e Cina: prudenza strategica
Mosca e Pechino, partner militari e diplomatici di Teheran, hanno chiesto la convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma evitano un coinvolgimento diretto. La Russia potrebbe trarre beneficio da un aumento del prezzo del petrolio, mentre la Cina appare orientata a gestire la crisi senza rompere gli equilibri con Washington. Il Medio Oriente diventa così terreno di una più ampia partita sulle sfere di influenza globali.
🏛️ Il precedente iracheno: lezioni mai apprese
Nel 1980 Saddam Hussein attaccò l’Iran convinto di una vittoria rapida. Il conflitto si concluse con un milione di morti e confini invariati.
Nel 1990 l’invasione del Kuwait portò a una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti.
Nel 2003 l’Iraq fu nuovamente travolto dall’intervento occidentale. Il risultato? Anni di anarchia, la nascita dell’Isis e un equilibrio regionale ancora più instabile.
Le guerre del Golfo non hanno prodotto democrazia stabile, ma nuovi vuoti di potere.
👑 Cambio di regime? L’ipotesi e i dubbi
Netanyahu parla apertamente di indebolire il regime degli ayatollah e favorire un cambiamento interno. In esilio, l’erede dello scià, Reza Pahlavi, sostiene la necessità di una nuova stagione politica per l’Iran. Ma la storia recente mostra quanto sia difficile esportare o imporre un cambio di regime dall’esterno. Senza una solida alternativa politica interna, il rischio è un ulteriore collasso istituzionale.
🇪🇺 L’Europa spettatrice
Mentre Washington e Tel Aviv muovono le pedine, l’Europa appare marginale sul piano diplomatico, come già accaduto nella guerra in Ucraina. Eppure, sarà tra le prime a pagare il prezzo economico di un’escalation: energia, commercio, sicurezza.
📌 Il Medio Oriente al bivio
La domanda non è solo perché si combatte, ma quanto durerà. Il Medio Oriente resta intrappolato in un ciclo di conflitti dove le promesse di stabilità si infrangono contro rivalità geopolitiche, interessi energetici e ambizioni strategiche. Così, insieme alle esplosioni, si riaccende l’interrogativo che accompagna ogni guerra del Golfo: chi ne trarrà davvero beneficio?








