Quanto ci costa lo scontro con Bruxelles? Ecco quello che il governo non ha ancora detto

Quanto ci costa lo scontro con Bruxelles?

“C’è qualcosa che non va”, canta Vasco Rossi in “C’è chi dice no”. Con queste parole si può riassumere lo scontro tra Commissione Europea e Governo italiano. Ma, preso dal duello, l'esecutivo è inciampato in un problema di comunicazione: ha coerentemente spiegato di voler andare avanti convinto della giustezza dei propri conti e delle proprie idee. Ma ha anche illustrato agli italiani le reali conseguenze di un incidente frontale con l’Ue?

Come scrive Marco Bresolin su La Stampa, la violazione “plateale” dei parametri non apre soltanto lo scenario della multa. Con la procedura l’Italia sarebbe costretta a un duro piano di rientro dal debito (pari al 131,2% del Pil) per molti anni fino a raggiungere il 60% fissato dalle regole comunitarie.

Perché questo problema non si è posto negli anni passati? La risposta è semplice: i governi in carica hanno sempre attuato una riduzione, seppur minima (0,2% - 0,4%), del rapporto debito/Pil. E ciò ha consentito all’Italia di stare in qualche modo dentro i parametri.

È lo stesso motivo per cui anche altri paesi dell’Ue che si posizionano al di sopra del 60% sono riusciti ad evitare una procedura d’infrazione per debito elevato. Quindi, se si dimostra la buona volontà (in fondo basta poco) si evita il peggio. Invece, la scelta dichiarata di non rispettare la regola apre un nuovo (e inevitabile) scenario.

Ebbene, sommando multe e rientro dal debito, potrebbero uscire fuori – sottolinea Bresolin - cifre astronomiche nell’ordine di 60 miliardi l’anno. E a quel punto chi avrà ancora il coraggio di parlare di crescita? È questo forse che non è stato spiegato bene al Paese reale.

Indicatori

La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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