Trump all’ONU: ultimatum all’Iran, appello a Putin e nuova sfida al multilateralismo

Alla 81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite il presidente americano Donald Trump difende la linea “America First”, chiede a Vladimir Putin di fermare la guerra in Ucraina e minaccia Teheran. Ma, nelle stesse ore, Washington riapre il canale negoziale con l’Iran.

Trump all’ONU

Nel suo discorso di circa 37 minuti, Trump ha rivendicato i risultati della sua amministrazione e ha annunciato una linea dura sull’Iran: secondo il presidente statunitense, senza un accordo potrebbe arrivare una nuova escalation militare. Ha inoltre chiesto a Putin di porre fine alla guerra in Ucraina, sostenendo che una soluzione diplomatica sia ancora possibile.

La minaccia e il negoziato

Il passaggio più significativo riguarda però Teheran. Mentre dal podio Trump minaccia conseguenze drastiche, Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato per circa tre ore rappresentanti iraniani, tra cui il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Trump ha definito il colloquio “molto produttivo” e ha parlato di nuovo slancio verso un possibile accordo.

Hormuz al centro

Al centro dei contatti c’è anche lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una quota rilevante dei flussi energetici mondiali. Teheran ha indicato come condizioni per la riapertura la revoca del blocco navale statunitense, lo sblocco dei beni iraniani congelati e la fine delle ostilità sui diversi fronti.

Ucraina e Cuba

Trump ha promesso di accelerare la ricerca di una soluzione alla guerra Russia-Ucraina e ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a New York. Sul fronte latinoamericano ha invece attaccato Cuba, definendola uno Stato destinato a cadere: durante il suo intervento la delegazione cubana ha lasciato l’aula.

“Superintelligenza” e ONU

Trump ha inoltre respinto gli appelli a una maggiore regolamentazione dell’intelligenza artificiale, preferendo il termine “superintelligenza” e definendo infondati gli allarmi sui rischi dello sviluppo tecnologico. Ha infine criticato duramente l’ONU e la Corte penale internazionale, rilanciando la centralità della sovranità nazionale.

Il quadro emerso a New York è quindi quello di una diplomazia a doppio binario: dure minacce pubbliche e, contemporaneamente, contatti diretti o mediati per cercare un accordo sull’Iran.

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