
Donald Trump è spesso descritto come un leader eccentrico, narcisista e aggressivo. Ma il suo successo politico racconta una storia più profonda: quella degli Stati Uniti costretti a fare i conti con il declino relativo della propria supremazia economica e strategica. Le sue politiche protezionistiche, il disimpegno da alcune istituzioni multilaterali e il ritorno al nazionalismo economico non sono un incidente della storia, ma una risposta strutturale a un mondo più competitivo e instabile.
Il secolo americano nasce dalla Seconda guerra mondiale
Prima del 1945, gli Stati Uniti erano una potenza economica in ascesa ma politicamente isolazionista. La Seconda guerra mondiale cambiò tutto: l’industria bellica, la bomba atomica e il ruolo decisivo nella sconfitta dell’Asse trasformarono Washington nel perno dell’ordine globale. Bretton Woods sancì il dollaro come valuta di riserva mondiale, mentre nacquero FMI, Banca Mondiale, ONU e NATO. Il Piano Marshall e la ricostruzione del Giappone consolidarono un sistema internazionale fondato su democrazia, libero mercato e leadership americana.
La Guerra fredda e il mito dell’interventismo liberatore
Per oltre mezzo secolo, gli Stati Uniti intervennero militarmente in tutto il mondo — dalla Corea al Vietnam, fino al Medio Oriente e all’America Latina — con la narrazione di una missione liberatrice. La caduta dell’URSS sembrò consacrare un “momento unipolare” destinato a durare per sempre.
La grande illusione: sviluppo = democrazia
L’apertura della Cina e il crollo del blocco sovietico alimentarono la convinzione occidentale che capitalismo e democrazia fossero inseparabili. Ma la storia ha preso un’altra direzione: molte economie emergenti hanno prosperato senza adottare il modello liberale occidentale. A cominciare da Cina e Russia.
La sfida cinese e il mondo multipolare
L’ascesa della Cina ha scardinato due dogmi del dopoguerra: la supremazia permanente degli Stati Uniti e l’inevitabilità della democratizzazione. Oggi il sistema internazionale è sempre più multipolare, con nuovi poli di potere come India, Medio Oriente e Global South, mentre blocchi geopolitici alternativi al mondo occidentale si coordinano sempre più strettamente.
Superpotenze in declino e rischio instabilità
La teoria della “trappola di Tucidide” — il rischio di conflitto quando una potenza emergente sfida quella dominante — è solo una parte del problema. Il vero nodo è la difficoltà di gestire un sistema globale frammentato, in cui accordi multilaterali, regole del commercio e trattati di sicurezza sono stati progettati per un mondo bipolare che non esiste più.
Trump come prodotto della transizione geopolitica
Letti in questa prospettiva, Trump e il suo ritorno non sono una deviazione ma una risposta.
Nazionalismo, protezionismo, pressioni sugli alleati e rivalità con la Cina sono politiche destinate a sopravvivere alla sua figura, perché riflettono una trasformazione strutturale dell’ordine mondiale.
Il vecchio ordine non tornerà
Come ha sintetizzato Mark Carney: “La nostalgia non è una strategia”. L’era unipolare è finita. Il mondo che emerge è più instabile, più competitivo e meno governabile. Trump non è la causa del cambiamento: è il suo sintomo più rumoroso.









