L'espansionismo russo in chiave urbana: Mosca si annette “una” Roma

L'espansionismo russo in chiave urbana: Mosca si annette “una” Roma

Nei manuali di urbanistica è un dato di fatto acclarato da tempo. In tutto il mondo si assiste a una tendenza all'omologazione dei cosiddetti skyline. È una corsa generale al verticalismo, a chi ce l'ha più alto, il grattacielo. In Asia e nella penisola arabica gli esempi più sfrenati. Poche, pochissime le metropoli che non inseguono il motto “altezza mezza bellezza”. Anche Mosca non solo non fa eccezione, ma raddoppia: oltre all'aumento altimetrico all'interno del perimetro urbano già esistente, ha puntato sull'espansione orizzontale.

Tutto nasce dalla mente del duo al potere al Cremlino, cioè di Vladimir Putin e del suo fido esecutore. Troppo caotica era diventata la capitale e troppa pressione demografica arrivava dalle sterminate periferie del paese. Quindi nel 2012, l'allora presidente Dmitrij Medvedev decise (trasmise la decisione) che Mosca doveva diventare più grande. E così, dal giorno alla notte, la mappa della città che già era tra le più estese città europee, è stata allargata di 1250 km2, quanto l'intera superficie di Roma. Putin e Medvedev come massimi interpreti di Schopenhauer: “Il mondo come volontà e rappresentazione”. La volontà l'hanno espressa chiara e netta. E la rappresentazione pure: la nuova Mosca la vedevano come un centro urbano civile, pacifico, verde: una città pienamente europea, con edilizia consapevole, meno “grattacielizzata”.

La rappresentazione sulla carta era buona. La realizzazione meno. Le autorità moscovite si sono scatenate nella messa in atto del progetto. Immensi spazi intorno alla capitale sono stati immediatamente inglobati. Incorporato d'un tratto tutto il circostante, comprese cittadine, fiumi, foreste. Persone abituate a una vita quasi da villaggio sono state di fatto sequestrate e portate dentro una frenetica vita metropolitana. Molti hanno protestato per questa decisione calata dall'alto senza nessuna consultazione popolare, ma poi, con quel tradizionale mix slavo di fatalismo, adattabilità e rassegnazione, hanno ceduto il passo e ormai la Nuova Mosca è un dato di fatto.

L'obbiettivo iniziale doveva essere l'allontanamento dalla classica architettura sovietica che ancora domina ampie aree della città vecchia, con quei giganteschi e anonimi blocchi di cemento grigio. Ma nella Mosca numero 2 le costruzioni, seppur più moderne e diversificate, ribadiscono il gigantismo costruttivo. Non è stato realizzato il sogno di complessi edilizi a misura d'uomo e la corsa verso l'alto ha anche qui preso il sopravvento. I prezzi sono anche più bassi delle abitazioni nella Mosca numero 1, proprio per attrarre nella città satellite le masse rurali attratte dalla capitale. In effetti sono state fatte infrastrutture di collegamento alla città vecchia e sono stati insediati servizi, così come negozi e centri commerciali. Ma quelli che erano gli originari abitanti di questi luoghi fanno smorfie: “Sì, ci sono nuove comodità, ma il silenzio e l'aria che c'erano prima, sono perduti per sempre”.

Chi protesta ancora senza remore sono gli ambientalisti: “Hanno distrutto centinaia di ettari di boschi e con essi un inestimabile patrimonio di biodiversità”. I dintorni moscoviti erano ricchi di piante rare, come l'aglio selvatico, e ora i cantieri hanno compromesso molti ecosistemi: stanno scomparendo addirittura le api e gli altri insetti impollinatori. Il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin si difende: “La nostra città è diventata più verde, sono aumentati i parchi e li stiamo rendendo più vivibili”. Ma il “vivibile” di Sobjanin è l'inseguimento di un paesaggio stereotipato, molto lontano dalla bellezza e ricchezza di un natura spontanea. I boschi sono diventati giardini e il manto di terriccio e vegetazione bassa, culla fertile per tante forme viventi, è diventato un enorme, asettico e quasi sterile, campo da golf.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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