Parte la fase 3. Mobilità libera tra le regioni. Restano alcuni obblighi

È arrivato il 3 giugno, nuova fase dell’emergenza coronavirus: ci si può spostare tra regioni. Lo conferma il governo nonostante un deciso aumento dei contagi. Rimangono le regole sul distanziamento e la quarantena.

Parte la fase 3. Mobilità libera tra le regioni. Restano alcuni obblighi

Non è ancora il liberi tutti ma ci si avvicina. Da oggi 3 giugno inizia quella che molti chiamano la fase tre. Piena libertà di movimento tra le regioni, anche per gli abitanti della Lombardia, che pur rimane regione osservata speciale. Dunque da oggi si possono andare a trovare gli amici o raggiungere le seconde case lungo la penisola senza autocertificazione. O anche andare in albergo, presso cui però sarà obbligatoria la prenotazione.

Previsti solo controlli con termoscanner negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie. Qualche verifica in più - tramite una sorta di autocertificazione e una mappatura regolata da una ordinanza regionale - la fanno Sardegna, Sicilia e Campania. Per gli spostamenti in macchina non cambia nulla rispetto a ieri: a bordo tutto il  nucleo familiare oppure massimo due se non si è congiunti.

Non cambia nulla anche per il rispetto della distanza interpersonale di un metro, per il divieto di assembramenti, e per le mascherine: al chiuso sempre obbligatorie, mentre all’aperto obbligo solo in Lombardia, Trentino, Friuli Venezia Giulia, Campania e nella città di Genova. Libertà di movimento tra regioni confermato dal ministro Boccia nonostante gli ultimi dati sui contagi non siano confortanti: il 2 maggio 318 nuovi casi, il 78% in più del giorno prima. Aumento trainato dalla Lombardia che conta 187 nuovi contagi. Scendono per fortuna i decessi, da 60 a 55 in 24 ore, e i ricoverati in terapia intensiva: sono 16 in meno, pari a 408 in tutta Italia.

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La disoccupazione femminile in Italia, Germania, Giappone e Stati Uniti

I dati evidenziano uno dei punti di debolezza del mercato del lavoro in Italia: la disoccupazione femminile. Il confronto con altre economie avanzate, come Germania, Giappone e Stati Uniti, mette in luce un gap strutturale, ma anche un elevato prezzo pagato alla grande crisi. Nel 2007 le donne in cerca di lavoro in Italia corrispondevano al 23,4% per poi schizzare al 45% nel 2014, salvo poi scendere al 39% nel 2017.

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