“Un diplomatico italiano mi pagò per mentire”

Dopo 30 anni si riapre il caso sull’omicidio di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin che potrebbe avere radici lontane dal Corno d'Africa. Che portano a Roma

“Un diplomatico italiano mi pagò per mentire”

L’agguato di Mogadiscio del 20 marzo 1994 contro Ilaria Alpi e Milan Hrovatin potrebbe avere radici lontane dal Corno d'Africa: “Dovete cercare in Italia”. Trent’anni dopo, il professore somalo Yahya Amir decide di riprendere in mano quel dossier, raccontando, per la prima volta, episodi inediti sulla storia dell’inchiesta sulla morte dei due giornalisti Rai.

Lo scenario, questa volta, non è Mogadiscio, ma Roma. Nel biennio 1997-1998 Giuseppe Cassini era il rappresentante speciale in Somalia del governo italiano e, secondo Yahya Amir, fu lui ad individuare il falso testimone Gelle.

Ecco i fatti raccontati dal professore somalo che incontra Cassini: “Un giorno c’erano sette o otto giornalisti, io sono arrivato con l’ambasciatore - ha dichiarato a La Stampa e al capo dell’ufficio di corrispondenza Rai per l’Africa Valerio Cataldi - e mi ha detto: ‘Prepariamo i giornalisti, ci vai a parlare, devi dire che Hashi è colpevole, che è questo quello che è avvenuto e che i soldati italiani erano buoni con la popolazione’”.

La proposta avrebbe avuto anche una contropartita: “I giornalisti registreranno e tu sarai libero di rimanere in Italia o di andare dove vuoi, pensaci, mi hanno detto”, sarebbe stato detto al professore. Il suo racconto diventa a questo punto una dura accusa: “Mi hanno dato una busta di carta, una grande busta, di color cemento; l'ho aperta e c’erano sessanta mila dollari. Non ho accettato”.

Dopo 30 anni riannodare i fili appare sempre più difficile. Impossibile entrare nella città di Bosaso, dove Ilaria e Miran realizzarono l’ultima inchiesta. A chi scrive è stato negato il permesso e il corrispondente Rai Valerio Cataldi ha trovato la strada sbarrata: “Potresti fare una fine peggiore della tua collega”, è stato il messaggio inviato da un senatore somalo, prima di obbligarlo a lasciare la città.

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