
L’Iran è precipitato in una delle fasi più violente degli ultimi decenni. Al sedicesimo giorno di proteste in tutto il Paese, la repressione delle manifestazioni si è trasformata in un vero bagno di sangue. Secondo la fondazione della premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, le forze di sicurezza avrebbero ucciso almeno 2.000 manifestanti, con sparatorie di massa e uso sistematico della forza letale.
I numeri della strage (difficili da verificare)
La Human Rights Activists News Agency (Hrana) parla di un bilancio ufficiale di 544 morti, ma segnala altre 579 vittime ancora in fase di verifica. Tra i deceduti ci sarebbero 483 manifestanti, 47 membri delle forze di sicurezza e almeno otto minorenni. Gli arresti hanno superato quota 10.600 persone. Numeri che restano difficili da confermare, ma che restituiscono la portata della repressione.
Corpi ammassati e salme a pagamento
Il dramma non si ferma alle uccisioni. Video e testimonianze parlano di corpi ammassati negli ospedali, sacchi neri e famiglie costrette a cercare i propri cari tra centinaia di cadaveri. Secondo fonti dell’opposizione, alle famiglie verrebbero chiesti circa 6.000 dollari per ottenere il rilascio delle salme, in un contesto di totale ostruzionismo delle autorità.
Trump: “Opzioni militari molto concrete”
La crisi iraniana ha ormai una dimensione internazionale. Donald Trump ha dichiarato che l’esercito americano sta valutando “opzioni molto concrete” contro Teheran. Martedì il presidente Usa riunirà alla Casa Bianca il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo di Stato maggiore Dan Caine per discutere una possibile azione militare.
“Hanno superato la linea rossa”
A bordo dell’Air Force One, Trump ha spiegato che la linea rossa fissata da Washington — l’uccisione dei manifestanti — sarebbe stata superata:
«Stiamo valutando la situazione con molta serietà. Le forze armate stanno esaminando diverse opzioni. Prenderemo una decisione».
La minaccia di Teheran: “Reagiremo contro Israele e Usa”
La risposta iraniana è immediata e durissima. Il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf ha avvertito che qualsiasi attacco statunitense provocherà una reazione diretta contro Israele e le basi militari americane nella regione, definite “obiettivi legittimi”. Un’escalation che rischia di incendiare l’intero Medio Oriente.
La protesta più forte dal 2022
Il movimento è il più intenso dai tempi di “Donna, vita e libertà”, esploso nel 2022 dopo la morte di Mahsa (Jina) Amini. Nate dal crollo della valuta e dalla crisi economica, le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica diretta al regime.
L’ombra del ritorno dello Scià
Tra i manifestanti cresce la richiesta di un cambio radicale. In molti invocano il ritorno di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, che dall’esilio negli Stati Uniti invita gli iraniani a non lasciare le strade e si dice pronto a rientrare in Iran per guidare una transizione politica verso elezioni libere.
Israele in allerta massima
Uno scenario che non dispiace a Israele. Il premier Benjamin Netanyahu ha espresso sostegno ai manifestanti e convocato riunioni urgenti sulla sicurezza. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di essere “pronte a rispondere se necessario”, mentre Tel Aviv segue con attenzione le mosse di Washington.
Sanzioni, cyber attacchi e raid: le opzioni Usa
Secondo il New York Times, tra le opzioni allo studio della Casa Bianca figurano nuove sanzioni, cyber attacchi e persino azioni militari mirate, incluse ipotesi di attacchi contro siti non militari a Teheran. Nessuna decisione definitiva è stata ancora presa.
Blackout e resistenza civile
Sul terreno, la repressione passa anche dall’isolamento. Internet ed elettricità sono bloccati da oltre 72 ore in molte zone del Paese. Eppure la protesta continua: a Teheran centinaia di cittadini hanno illuminato la notte con le torce dei cellulari. Alcuni video circolano grazie a Starlink, ancora attivo in alcune aree.
Scontri in tutto il Paese
Disordini e scontri armati sono stati segnalati a Teheran, Isfahan, Shiraz, Tabriz, Qom, Ahvaz, Kerman, Saqqez e Mashhad, città natale della Guida Suprema Ali Khamenei, dove i manifestanti hanno eretto barricate e appiccato incendi.
Il regime chiude ogni spiraglio
Il capo della polizia Sardar Radan ha ammesso che “il livello di scontro è aumentato”, annunciando nuovi arresti. Dopo aver inizialmente minimizzato le proteste, il regime ora parla di “terroristi legati a potenze straniere”. Il procuratore generale ha minacciato i manifestanti accusandoli di essere “nemici di Dio”, un reato punibile con la pena di morte.
Un Paese sull’orlo dell’abisso
L’Iran resta sospeso tra una repressione sempre più feroce e una protesta che, nonostante morti, arresti e blackout, continua a riempire le strade. Sullo sfondo, il rischio di un conflitto regionale cresce di ora in ora.






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