
Washington ha reso pubblico il documento firmato digitalmente nelle scorse ore con l’Iran: prevede la cessazione immediata delle ostilità, la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale e l’avvio di negoziati per un accordo definitivo. Sul fronte nucleare, Teheran ribadisce di non voler sviluppare armi atomiche e si impegna a mantenere invariato il programma durante le trattative.
Restano invece aperti i nodi più delicati: scorte di uranio arricchito, livelli di arricchimento e sistema delle verifiche internazionali.
Petrolio, fondi sbloccati e maxi piano da 300 miliardi
Washington si è detta pronta a concedere deroghe immediate alle esportazioni petrolifere iraniane e a sbloccare progressivamente parte dei fondi congelati.
Tra le misure più rilevanti figura anche la prospettiva di un fondo internazionale da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo economico, che diventerebbe operativo soltanto dopo la firma dell’accordo definitivo e il rispetto degli impegni sul nucleare.
Negli Usa cresce lo scetticismo
Nonostante l’ottimismo della Casa Bianca, il testo sta suscitando forti perplessità negli ambienti politici statunitensi. Esponenti repubblicani e democratici chiedono maggiori garanzie sul programma nucleare iraniano e sulla reale capacità dell’accordo di garantire stabilità nel Golfo Persico.
Diversi analisti sottolineano inoltre che il negoziato definitivo potrebbe richiedere molti più dei 60 giorni indicati inizialmente dall’amministrazione Trump.
Una partita che può cambiare gli equilibri globali
La riapertura di Hormuz, passaggio strategico per una quota significativa del commercio mondiale di petrolio, rappresenta uno degli aspetti più rilevanti dell’intesa. Se confermato, l’accordo potrebbe ridurre le tensioni energetiche globali e incidere sui prezzi internazionali dell’energia.
Ma il vero banco di prova sarà la trattativa finale: da essa dipenderanno il futuro delle sanzioni, il programma nucleare iraniano e gli equilibri geopolitici dell’intero Medio Oriente.
In ogni caso, lo scenario prefigurato inzialmente da Trump non si è di fatto materializzato: il cambio di regime a Teheran non c'è stato e la chiusura del programma nucleare non è avvenuta. In più, l'Iran porta a casa la prospettiva di un fondo da 300 miliardi.








