Democrazia in ritirata: il mondo scivola verso l’autocrazia

Dalla libertà di stampa ai contrappesi istituzionali, gli indicatori internazionali raccontano una regressione che dura da anni. Nel 2025 la libertà globale è diminuita per il ventesimo anno consecutivo. E anche le democrazie occidentali mostrano segnali di vulnerabilità.

La democrazia non sta scomparendo in un unico colpo di Stato. Sta arretrando, spesso lentamente, attraverso la progressiva erosione dei diritti, delle libertà individuali e dei contrappesi al potere.

È questa la tesi centrale di Fascismo bianco di Michele Ainis, che individua una trasformazione capace di svuotare dall’interno le democrazie costituzionali: le istituzioni continuano formalmente a esistere, ma il potere tende a concentrarsi sempre più nelle mani degli esecutivi.

Il nuovo allarme dai dati internazionali

Gli indicatori più recenti confermano che non si tratta soltanto di una percezione.

Secondo Freedom House, nel 2025 la libertà globale è diminuita per il 20° anno consecutivo: 54 Paesi hanno registrato un peggioramento dei diritti politici e delle libertà civili, contro appena 35 che hanno mostrato un miglioramento.

Oggi soltanto il 21% della popolazione mondiale vive in Paesi classificati come “Free”, contro il 46% di vent'anni fa.

L'autocratizzazione arriva anche in Occidente

Il fenomeno più significativo è forse un altro: l'erosione democratica non riguarda più soltanto dittature e regimi fragili.

Il Democracy Report 2026 di V-Dem segnala che quasi un quarto dei Paesi del mondo era interessato da processi di autocratizzazione nel 2025. Tra le democrazie occidentali indicate in questa dinamica figurano anche Italia, Regno Unito e Stati Uniti.

Non significa che questi Paesi siano diventati regimi autoritari. Significa che alcuni degli indicatori utilizzati per misurare la qualità democratica — pluralismo, libertà di espressione, controllo sul potere esecutivo, indipendenza dei media e istituzioni di garanzia — mostrano segnali di deterioramento.

Il punto critico: i contrappesi

È qui che entra in gioco il concetto di constitutional retrogression, regressione costituzionale.

La democrazia liberale non coincide semplicemente con il voto. È anche separazione dei poteri, indipendenza della magistratura, libertà di stampa, tutela delle minoranze, controllo di costituzionalità e possibilità per l'opposizione di esercitare pienamente il proprio ruolo.

Quando questi contrappesi vengono progressivamente indeboliti, la maggioranza elettorale rischia di trasformarsi in potere senza limiti.

Dalla democrazia alla “democratura”

È la zona grigia descritta da Ainis: sistemi nei quali le elezioni continuano a esistere, ma il pluralismo viene progressivamente compresso.

Il risultato può essere una “democratura”: un regime formalmente democratico nel quale il potere si concentra, il dissenso perde spazio e le istituzioni di garanzia vengono sottoposte a una pressione crescente.

Non servono necessariamente carri armati o colpi di Stato. L'erosione può avvenire attraverso il controllo dei media, la pressione sulla magistratura, l'indebolimento dei Parlamenti, la politicizzazione delle istituzioni e la riduzione dello spazio per la società civile.

La libertà di stampa è uno dei primi segnali

La libertà di informazione rappresenta uno dei termometri più sensibili della salute democratica.

Freedom House rileva che, negli ultimi vent'anni, libertà dei media, libertà di espressione e garanzie del giusto processo sono tra i diritti che hanno subito i peggiori arretramenti.

E anche l'Italia mostra segnali problematici. Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters Without Borders, l'Italia è scesa al 56° posto su 180, dal 49° del 2025. RSF segnala tra i problemi mafia, minacce ai giornalisti, cause intimidatorie e pressioni politiche sull'informazione.

L'Italia: democrazia sì, ma sotto osservazione

Il quadro italiano richiede però una lettura equilibrata.

Freedom House continua a classificare l'Italia come “Free”, con un punteggio di 87/100. Il sistema politico resta caratterizzato da elezioni competitive e le libertà civili sono generalmente rispettate. Allo stesso tempo, l'organizzazione evidenzia criticità relative allo Stato di diritto, alla corruzione, alla criminalità organizzata e ad alcuni diritti fondamentali.

Il problema, dunque, non è affermare che l'Italia sia diventata un'autocrazia. È interrogarsi sulla direzione di marcia.

Il populismo e il mito dell'uomo forte

In questo scenario torna anche un'antica tentazione politica: l'idea che il leader, perché scelto dal popolo, debba poter governare senza troppi ostacoli.

Ma nelle democrazie costituzionali il voto della maggioranza non è un lasciapassare per eliminare i diritti della minoranza.

È precisamente per questo che esistono Costituzioni, Corti, Parlamenti, magistratura indipendente e libertà di stampa: per impedire che la sovranità popolare si trasformi in quello che Thomas Jefferson chiamava “dispotismo elettivo”.

E il potere economico?

C'è infine una seconda trasformazione che Ainis definisce plutocratica: la crescente influenza delle grandi ricchezze private sulla politica e sull'informazione.

Il caso americano rappresenta un laboratorio particolarmente evidente, con il rapporto sempre più stretto tra politica, grandi patrimoni personali e potere tecnologico.

La questione non è demonizzare la ricchezza, ma capire cosa accade quando potere economico, potere tecnologico, controllo dell'informazione e potere politico finiscono per concentrarsi nelle stesse mani.

La domanda decisiva

La vera sfida del nostro tempo, quindi, non è soltanto scegliere tra democrazia e dittatura.

È impedire che le democrazie si trasformino lentamente in sistemi nei quali si continua a votare, ma diminuiscono progressivamente gli spazi per dissentire, informarsi, controllare il potere e difendere i propri diritti.

Perché una democrazia non muore necessariamente quando smette di far votare i cittadini.

Può iniziare a morire quando il potere non accetta più di essere controllato.

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