La marcia indietro di Varsavia e Ankara

Erdogan non espelle gli ambasciatori: “Ma siano più cauti”. E, rispetto al conflitto sullo stato di diritto tra Ue e Polonia, anche Varsavia fa marcia indietro

La marcia indietro di Varsavia e Ankara

“È arrivata un’altra dichiarazione da parte di questi ambasciatori che cita il loro impegno rispetto all’articolo 41 della Convenzione di Vienna e credo che ora saranno più cauti”. Lo ha annunciato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan dopo avere definito “inaccettabile” la dichiarazione dei diplomatici occidentali, senza tuttavia dare seguito alla minaccia di espellere i dieci ambasciatori che avevano firmato l’appello per la liberazione del dissidente Osman Kavala.

Ma l’Ambasciata Usa in Turchia ha spiegato in una nota che l’appello sottoscritto dagli ambasciatori di 10 Paesi in favore di Kavala rispetta la Convenzione di Vienna e “non interferisce con gli affari interni” della Turchia.

In merito a un altro tema spinoso per i rapporti Ue-Polonia, anche Varsavia, nel frattempo, fa marcia indietro. Le espressioni utilizzate dal premier polacco Mateusz Morawiecki nell’intervista al Financial Times, e in particolare il riferimento a una “terza guerra mondiale” che la Commissione Ue potrebbe avviare sul tema dello stato di diritto, non sono altro che “un’iperbole, una figura retorica che viene utilizzata in varie situazioni e non va presa alla lettera”. A precisarlo è Piotr Muller, il portavoce del primo ministro polacco.

Se la Commissione Ue “avvierà la terza guerra mondiale” sul tema del rispetto dello stato di diritto, ci difenderemo “con tutte le armi a nostra disposizione”, aveva detto il premier polacco, Mateusz Morawiecki.

“L’Ue è un progetto che ha contribuito con grande successo a stabilire una pace duratura tra i suoi Stati membri. Non c’è posto per la retorica di guerra nelle relazioni tra gli Stati membri o tra gli Stati membri e le istituzioni”, aveva affermato il portavoce della Commissione europea, Eric Mamer.

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