Erdogan cerca alleati in Africa per dimostrare di non essere isolato

Erdogan vuole dimostrare di non essere isolato e cerca alleati in Africa
Recep Tayyip Erdogan

Stretto tra una profonda crisi nel suo paese e uno scontro diplomatico con Donald Trump, Recep Tayyip Erdogan ha comunque celebrato lo scorso 18 agosto ad Ankara il 6° congresso del suo partito, l’Akp.

E in platea non c’erano solo funzionari. Erdogan - che ha ottenuto il secondo mandato presidenziale vincendo le elezioni del 24 giugno scorso - ha invitato più di 400 personalità straniere, alle quali ha spiegato che vuole rinnovare il partito da lui stesso fondato nel 2001.

In realtà il presidente ha voluto dimostrare di non essere isolato sulla scena internazionale. Ecco perché al Congresso erano presenti diplomatici, rappresentanti dei partiti politici e delle organizzazioni non governative. Ma le figure chiave sono state tre capi di stato africani: Alpha Condé (Guinea), Teodoro Obiang Nguema Mbasogo (Guinea Equatoriale) e Mohamed Farmajo (Somalia). La loro simultanea presenza non è stata un caso.

Ankara, che è attivamente coinvolta nella ricostruzione della Somalia, ha aperto a Mogadisco la sua più grande ambasciata nel continente africano e, nel settembre 2017, la più estesa base militare turca all'estero. E progetta di costruirne un'altra a Suakin, un'isola che il Sudan ha concesso alla Turchia per 99 anni, con grande dispiacere dell'Egitto, una delle poche macchie nelle relazioni multilaterali di Erdogan in Africa.

Con la Guinea i rapporti sono, invece, ottimi. Durante la sua visita a marzo 2016 nella capitale del paese, Conakry, Erdogan aveva promesso ad Alpha Conde di fornire una flotta di autobus e così ha fatto.

Le relazioni sono strette anche con Niger e Zambia. In quest’ultimo paese Turkish Airlines fonderà a breve un nuovo vettore aereo.

In realtà la Turchia sta estendendo la sua influenza in Africa sin dal 2005. Da allora Erdogan ha effettuato 40 missioni nel continente, visitando 26 paesi, come primo ministro e poi come presidente. Ha moltiplicato i business forum, aperto nuove ambasciate (ad oggi sono 41 rispetto alle 9 del 2003), ampliato la propria Agenzia di cooperazione (che ora conta 20 sedi nel continente), finanziato nuove compagnie aeree e sviluppato Turkish Airlines, che serve 53 città africane in 35 paesi, sostenuto finanziariamente la costruzione di moschee (ad esempio quella di Accra, che è la più grande dell'Africa occidentale) e moderni ospedali come quelli, tra gli altri, di Nyala (Sudan), e Mogadiscio (Somalia).

Ma Ankara resta una democrazia immatura, che ha visto una limitata “democratizzazione” negli anni '80 e '90 e subito tre golpe militari (1960, 1971 e 1980). Poi, la violenta repressione di Gezi nel giugno 2013 e il fallito golpe, il quarto, del 15 luglio 2016. Da quel momento, sotto lo “stato di emergenza” proclamato da Erdogan, oltre 50 mila persone sono state arrestate, tra le quali giornalisti e politici all’opposizione. Migliaia di accademici sono stati sospesi dai loro incarichi. Numerose agenzie di stampa e organizzazioni della società civile sono state chiuse.

E nel frattempo l'economia si è surriscaldata, troppo. Ora non è più possibile sostenere la crescita attraverso il pompaggio del credito. E il paese è entrato in crisi.

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