
Le pressioni geopolitiche degli ultimi anni — dal ritorno muscolare degli Stati Uniti di Donald Trump alle guerre di Israele guidato da Benjamin Netanyahu — producono un effetto inatteso: i Paesi islamici più influenti iniziano a costruire una architettura di sicurezza autonoma, alternativa tanto all’ombrello americano quanto agli Accordi di Abramo.
Il patto Arabia Saudita-Pakistan: svolta storica
Al centro del nuovo scenario c’è l’accordo di difesa collettiva tra Arabia Saudita e Pakistan, firmato nel 2025. La clausola è chiara: un attacco a uno dei due Paesi equivale a un attacco a entrambi, una formula che richiama esplicitamente l’articolo 5 della Nato. Per Riyadh è una svolta epocale: per decenni la sicurezza saudita è dipesa quasi esclusivamente dagli Stati Uniti.
La Turchia pronta a entrare nell’asse
Secondo Bloomberg, Ankara è in fase avanzata di negoziato per aderire al patto. L’ingresso della Turchia trasformerebbe l’accordo in un’alleanza triangolare ad alta intensità strategica. La Turchia porterebbe in dote uno dei più grandi eserciti della regione, un’industria della difesa all’avanguardia e un’esperienza operativa maturata in Siria, Libia e Caucaso.
Deterrenza nucleare e know-how Nato
Con il Pakistan, unica potenza nucleare del mondo islamico, l’alleanza acquisirebbe una deterrenza atomica indiretta. Ankara, già partner militare di Islamabad (navi da guerra, droni Bayraktar TB2), aggiungerebbe competenze Nato e capacità tecnologiche avanzate. Riyadh, dal canto suo, segnala implicitamente che le garanzie di sicurezza Usa non sono più percepite come automatiche né sufficienti.
La fine degli Accordi di Abramo
Questa nuova “Nato islamica” archivia di fatto il progetto di normalizzazione regionale costruito attorno a Israele. Gli Accordi di Abramo e il corridoio strategico IMEC (India-Middle East-Europe) entrano in una fase di stallo. La frattura più evidente emerge tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, già esplosa sul terreno yemenita.
Riyadh contro Abu Dhabi: due modelli opposti
Gli Emirati puntano su normalizzazione con Israele, high-tech e alleanze occidentali. L’Arabia Saudita, con una popolazione giovane e prevalentemente locale, sceglie invece una deterrenza autonoma, rafforzando i legami con Turchia, Pakistan e Siria. Non a caso Bin Salman ha promesso 70 miliardi di dollari per la ricostruzione siriana e ha congelato ogni apertura verso Tel Aviv.
Il nuovo rischio per le imprese occidentali
Il Golfo non è più uno spazio neutrale. La tradizionale strategia “dual hub” — Dubai piattaforma, Riyadh mercato — diventa fragile. Nei settori sensibili (difesa, intelligenza artificiale, cloud sovrano, telecomunicazioni, satelliti) le scelte industriali diventano scelte geopolitiche. La neutralità rischia di trasformarsi in un handicap.
Sicurezza prima dell’economia
Il Golfo si sta riorganizzando per blocchi di sicurezza, non per dazi o regole commerciali. In un mondo sempre più multipolare, la sicurezza guida l’economia, e le imprese — anche europee e italiane — dovranno integrare la lettura geopolitica nelle decisioni strategiche per evitare esclusioni silenziose da mercati, gare e filiere chiave.








