
Le elezioni israeliane del 27 ottobre, le prime dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, si sono trasformate in un referendum sulla leadership di Benjamin Netanyahu.
Secondo gli exit poll di Channel 12, il Likud di Benjamin Netanyahu è in testa con 24 seggi, mentre Yashar di Gadi Eisenkot si ferma a 22. Tuttavia, il Change bloc dell'ex capo dell'Idf con 52 seggi supera quello del premier uscente che si attesta a 50. Un risultato storico e inequivocabile è stato raggiunto dai partiti arabi, con la Lista Unita (raggruppamento di tre fazioni) che ha guadagnato 11 seggi e Ra'am di Mansour Abbas altri 7. Nessuno raggiungerebbe la maggioranza di 61 deputati nella Knesset, il Parlamento israeliano, composto da 120 membri.
I partiti arabi possono diventare decisivi
Le liste arabe potrebbero conquistare 17-18 seggi, secondo le proiezioni iniziali. Il loro peso potrebbe rivelarsi determinante, ma resta incerto se e come i partiti ebraici dell’opposizione saranno disposti a collaborare con loro. Si apre così una fase di negoziati potenzialmente lunga, durante la quale Netanyahu potrebbe restare alla guida di un governo ad interim.
Dall’Iran a Gaza, conseguenze oltre i confini israeliani
Il voto arriva dopo anni di conflitti e in una fase ancora instabile dello scontro con l’Iran, iniziato con gli attacchi israelo-americani del febbraio 2026. Il cessate il fuoco ha fermato le operazioni su larga scala, ma non ha risolto le tensioni strategiche. La composizione del prossimo governo potrebbe influenzare le scelte militari di Israele e i rapporti con Washington, con ricadute sui mercati energetici e sulla sicurezza internazionale.
La questione palestinese resta senza una svolta politica
Nel dibattito elettorale, il futuro dei palestinesi e una soluzione politica del conflitto hanno avuto uno spazio limitato rispetto alla sicurezza nazionale e alla leadership di Netanyahu. La situazione a Gaza e le violenze in Cisgiordania continuano intanto a rappresentare uno dei principali nodi diplomatici e umanitari della regione.
La sostituzione del premier, anche se dovesse concretizzarsi, non garantirebbe automaticamente un cambiamento radicale della politica israeliana nei confronti dei palestinesi: l’opposizione comprende infatti posizioni diverse, anche su guerra, sicurezza e futuro dei territori.
Un voto con implicazioni globali
Israele è un Paese relativamente piccolo, ma occupa una posizione strategica in una regione cruciale per gli equilibri militari, energetici e diplomatici mondiali. Le sue decisioni incidono direttamente sui rapporti con gli Stati Uniti, sui Paesi arabi e sulla stabilità del Mediterraneo orientale.
La vera incognita non è soltanto chi guiderà il prossimo governo, ma quale direzione prenderà Israele: se proseguirà sulla strada dello scontro militare oppure se emergeranno le condizioni per una nuova strategia regionale. Per ora, il voto non sembra aver sciolto il dilemma.







