La caccia al petrolio minaccia l'Alaska

La caccia al petrolio minaccia l'Alaska

Muschi, carici e arbusti, ma anche caribù e orsi polari. Flora e fauna quasi intatti. A parte un villaggio nativo, la civiltà non ha intaccato i suoi 19 milioni di acri, un'area delle dimensioni della Carolina del Sud. Non ci sono strade e neanche visitatori a parte qualche sporadico cacciatore. È l’Alaska, anzi è l'Arctic National Wildlife Refuge - luogo protetto dalla bellezza austera – che è ora vicino a un rilevante cambiamento. Si ritiene infatti che il più grande giacimento di petrolio non sfruttato del Nord America si trovi poprio lì, sotto la pianura costiera del Parco naturale, lungo il Mare di Beaufort. Per più di una generazione, l'opposizione alle trivellazioni ha fatto sì che l’area restasse per buona parte intatta, ma ora l'amministrazione Trump sta aprendo la strada all'esplorazione petrolifera lungo la costa. E l'Arctic National Wildlife Refuge non è l'unico obiettivo del governo statunitense in Alaska. La Casa Bianca spinge per ulteriori esplorazioni offshore ad ovest del Parco.

Tutto ciò avviene quando è ormai chiaro che il greggio anche dal punto di vista economico non è più conveniente come un tempo. Secondo l’Energy Transitions Commission, un'economia globale a zero emissioni di carbonio sarebbe più florida, in termini di occupati e volume di affari, di quella attuale dipendente dai combustibili fossili. E, poi, gli Stati Uniti sono già diventati il primo produttore di oro nero al mondo, seguiti da Russia e Arabia Saudita. Senza tenere conto dell’inevitabilità del passaggio alle rinnovabili.

Ma a spingere a favore dell’aumento della produzione di petrolio non c’è soltanto Donald Trump. L’Arctic Slope Regional Corporation (ASRC) è molto interessata all’operazione. Con circa 2,7 miliardi di dollari di entrate annuali è la più grande multinazionale dell'Alaska e si colloca al 169° posto nella classifica stilata da Forbes delle imprese private statunitensi per fatturato. ASRC, che fu creata insieme ad altre 13 imprese negli anni '70 per favorire lo sviluppo economico tra la popolazione indigena dell'Alaska, ha una miriade di interessi finanziari nella regione ricca di petrolio del North Slope, che comprende la pianura costiera del Parco e la baia di Prudhoe. La società si è resa protagonista anche per aver sostenuto finanziariamente la senatrice Lisa Murkowski, una repubblicana dell'Alaska che si è distinta per aver promosso il programma di perforazioni.

Gli interessati all’attività estrattiva, tuttavia, non finiscono qui. Può sembrare controintuitivo ma numerosi nativi del North Slope - tra i quali gli Inupiat che vivono a Kaktovik, il villaggio all'interno del Arctic National Wildlife Refuge – sono favorevoli all’incremento della produzione di petrolio. Così come sono nativi anche 13.000 azionisti di ASRC. Sebbene questo non significhi che in Alaska tutti spingano in un’unica direzione, è tuttavia vero che la maggior parte degli oppositori si trovano negli altri 49 Stati americani e meno in quello più freddo, come conferma un sondaggio delle università di Yale e George Mason. Nonostante il 70% degli statunitensi abbia espresso il proprio disaccordo alle perforazioni, nei processi decisionali stanno evidentemente pesando di più i 3 milioni di dollari spesi in attività di lobbying dalla multinazionale negli ultimi dieci anni (dati del Center for Responsive Politics), accrescendo i dubbi sulla compatibilità tra gli interessi di ASRC e la tutela di quell’area incontaminata.

Nel frattempo il cambiamento climatico continua la sua corsa. La popolazione di orsi polari nel Mare di Beaufort meridionale è in declino da anni a causa del riscaldamento globale che ha ridotto l'estensione del ghiaccio marino nell'Artico. La popolazione è ora stimata ad appena 800 orsi.

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