
Otto anni dopo Rex Tillerson, ex numero uno di Exxon e primo segretario di Stato di Trump, il colosso statunitense torna al centro della geopolitica. Secondo uno scoop del Wall Street Journal, durante il vertice di Ferragosto in Alaska Donald Trump e Vladimir Putin avrebbero discusso di un clamoroso ritorno di Exxon Mobil nei giacimenti russi, a partire dal maxi-progetto Sakhalin-1.
Le contraddizioni americane
Mentre Washington punisce l’India con dazi al 50% per gli acquisti di greggio russo, proprio gli Stati Uniti guardano a un futuro post-sanzioni. Exxon, espropriata da Mosca dopo il 2022 e costretta a lasciare miliardi sul tavolo, ora intravede la possibilità di rientrare grazie a Trump. Per Putin sarebbe un successo simbolico e politico: riportare in Russia capitali e tecnologia occidentale, dimostrando di non essere isolato.
L’Europa predica, ma non rinuncia al greggio
Sul fronte europeo, la distanza tra retorica e realtà è evidente. Nonostante i proclami sull’“indipendenza energetica”, nel 2024 Bruxelles ha versato 23 miliardi di euro alla Russia per combustibili fossili. Una cifra che non include il petrolio russo raffinato in India e rivenduto come carburante alle raffinerie europee. Risultato: Mosca continua a incassare, mentre l’Ue prepara l’ennesimo pacchetto di sanzioni.
Zelensky colpisce l’oro nero russo
In questo quadro si inserisce la strategia di Kyiv. Le forze ucraine hanno colpito più volte con droni e missili le infrastrutture petrolifere russe, compreso l’oleodotto Druzhba, che porta greggio in Germania, Slovacchia e Ungheria. I raid hanno interrotto temporaneamente i flussi, facendo esplodere le tensioni: Orbán ha accusato Zelensky di mettere a rischio i suoi stessi partner.
L’Europa nell’angolo
La realtà è scomoda: tra triangolazioni via India e approvvigionamenti diretti, l’Ue continua a finanziare l’energia russa, pur condannando l’aggressione di Mosca. Un cortocircuito che mina la credibilità di Bruxelles e mette in luce la difficoltà a recidere il legame con Putin.