Ecco come la foresta argentina finisce nei nostri piatti

La seconda area boschiva del Sud America viene rasa al suolo per far posto alla soia che viene esportata nell’UE come mangime per animali e rappresenta la spina dorsale della fragile economia argentina

Ecco come la foresta argentina finisce nei nostri piatti

Osservare l’ampiezza del disboscamento è impressionante. Dalla vista aerea la situazione appare ancora più grave: si intravedono soltanto sottili strisce di verde tra vasti campi di terra pallida. Eppure fino pochi anni fa, quest’area nella provincia settentrionale di Salta, in Argentina, era una fitta foresta e parte del gigantesco polmone verde di Gran Chaco che si estende nella regione settentrionale del paese fino al confine con Bolivia, Paraguay e Brasile. Secondo solo all'Amazzonia in Sud America per dimensioni e biodiversità, il Gran Chaco copre più di 400.000 chilometri quadrati di foreste che sono ora minacciati dall’agricoltura intensiva.

La causa principale ha un nome preciso: soia. Dal 1996, quando il governo ha autorizzato la produzione della soia geneticamente modificata, l'Argentina ha eliminato quasi un quarto delle proprie foreste per far posto alle coltivazioni. Una volta raccolti, i piccoli fagioli vengono schiacciati. L'olio estratto è utilizzato principalmente per il carburante, mentre la parte restante - la proteina - è destinata all'alimentazione degli animali. Solo una piccola quota viene trasformata in prodotti alimentari come il latte di soia.

La produzione è così ingente che Buenos Aires si configura come il principale fornitore europeo di farina di semi di soia con 9,8 milioni di tonnellate su un totale di 27,1 mln importati dall’UE nel 2016. Il problema è che i prodotti agricoli in Argentina non sono tracciati. Per cui, non conoscendone l’origine, diviene più difficile quantificare la correlazione con la deforestazione. Così come, a migliaia di chilometri di distanza, diviene più complesso identificarne la presenza nei supermercati europei dove assume la forma di carne e formaggi.

Il punto è che la soia rappresenta il 31% delle esportazioni del paese sudamericano. Costituisce in pratica la spina dorsale della debole economia argentina che proprio quest’anno – nel tentativo di uscire da una profonda crisi – ha siglato un piano di salvataggio con il Fondo Monetario Internazionale da 57 miliardi di dollari - il più grande prestito nella storia del Fondo. È, pertanto, alquanto improbabile che il governo di centrodestra del presidente Mauricio Macri farà qualcosa per limitare la crescita del prodotto più esportato.

Nel frattempo i numeri dipingono un quadro nero. Gli scienziati stimano che Salta abbia perso quasi il 20% della copertura vegetale negli ultimi due decenni, per un totale di oltre 1,2 milioni di ettari. E insieme agli alberi sono scomparsi anche i “gauchi” a cavallo e le popolazioni locali per far posto a infinite coltivazioni meccanizzate di soia.

L’Argentina fa finta di non capire che il vantaggio a breve termine per l'economia ha, in realtà, un prezzo elevato a lungo termine per il Pianeta. Per far posto alla soia si distruggono foreste, mentre diminuisce la capacità di drenaggio dei terreni e le falde vengono inquinate dai fertilizzanti. E la salinizzazione del suolo lo rende inutilizzabile per altre coltivazioni. Se non è questo un “vuoto a perdere”.

Questo articolo è stato precedentemente pubblicato su LA STAMPA

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