Il costo, economico e sociale, dell'alta finanza. Secondo nuovi studi danneggia la crescita

Il costo, economico e sociale, dell'alta finanza

Francoforte e Parigi, ma anche Lussemburgo, Dublino e Amsterdam, si preparano ad accogliere banche e società di investimento pronte ad abbandonare la City di Londra a causa della Brexit.

Ma quali vantaggi determina per l'economia nel suo complesso poter contare su un centro finanziario globale? Con l’eccezione di esclusivi champagne bar e dei concessionari Ferrari e Porsche, secondo alcuni le esternalità negative sul resto dell'economia sono troppo rilevanti per essere ignorate.

Andy Haldane, capo economista della Banca d'Inghilterra, descrive il settore bancario come un agente "inquinante" e giudica "il rischio sistemico come un sottoprodotto nocivo che rischia di mettere in pericolo spettatori innocenti".

E, in più, le crisi bancarie continuano ad avere altissimi costi economici condivisi dalla collettività in numerosi paesi, nonostante le aziende del settore creditizio siano imprese al pari di tutte le altre.

Qualcosa, tuttavia, è cambiato dalla crisi del 2008. Il rischio non può mai essere ridotto a zero, ma gli stress-test mostrano che la maggior parte delle grandi banche può ora sopravvivere a shock economici estremi.

Quindi problema risolto? No, perché alcuni studi indicano altri effetti collaterali derivanti dall'ospitare un settore finanziario di grandi dimensioni. Ad esempio, Stephen Cecchetti e Enisse Kharroubi della Bank for International Settlements (Banca dei regolamenti internazionali) sostengono che un settore finanziario sovradimensionato danneggia la produttività e la crescita.

Un primo, e intuitivo, motivo è la distorsione connessa all'allocazione delle competenze. Il comparto finanziario, che spesso è in grado di offrire livelli retributivi superiori alla media degli altri settori, assorbe forza lavoro qualificata che potrebbe, invece, essere occupata in ambiti a maggiore produttività. E non si tratta soltanto di esperti di economia. Numerosi laureati in ingegneria dall'Imperial College di Londra sono stati sedotti negli anni recenti dalle banche di investimento, che li pagano profumatamente per elaborare strutture finanziarie complesse piuttosto che metter su ponti o macchine utensili.

Un’ulteriore esternalità negativa, secondo Cecchetti e Kharroubi, deriva dalla preferenza del finanziamento bancario per gli investimenti nel settore immobiliare, non proprio un settore basato sulla tecnologia. Secondo i loro calcoli, un alto grado di finanziarizzazione dell'economia potrebbe ostacolare l’incremento della crescita.

Altre analisi suggeriscono che gli effetti negativi cominciano a farsi sentire quando il credito al settore privato supera l'80-100% del Pil. Durante la crisi finanziaria del 2008, il rapporto nel Regno Unito era di circa il 180%.

Occorre, poi, considerare che un grande settore finanziario potrebbe rafforzare il tasso di cambio, rendendo le altre esportazioni meno competitive.

Una ricerca recentemente pubblicata dall'Università di Sheffield va oltre, e tenta di stimare il costo economico sostenuto a seguito della specializzazione britannica nell'alta finanza: 4,5 trilioni di sterline.

Ma quanto sono robusti questi calcoli? In realtà non vi è alcun automatismo per cui i posti persi nella finanza saranno assorbiti da altri settori a maggiore produttività. Anche perché non è soltanto “colpa” di banche e mercati se l’economia britannica non ha mostrato negli ultimi anni elevate performance macroeconomiche.

Sarà comunque il Regno Unito a fornire una risposta empirica, a meno che non vi sia un sorprendente passo avanti nei negoziati sulla Brexit, arrivando a un accordo che preveda un nuovo regime di libero scambio con l’Ue sia per i servizi che per i beni.

Altrimenti ai britannici resta la speranza che i recenti studi scientifici giungano a valutazioni sbagliate.

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