Luna di miele finita tra Jay Powell e Donald Trump?

Luna di miele finita tra Jay Powell e Donald Trump?
Jay Powell, governatore della Federal reserve

Hanno passato tutti insieme il weekend a Jackson Hole, nel Wyoming, lo stato Usa con minore popolazione, per partecipare al 39° Simposio sulla politica economica. Come tutti gli anni, tra i banchieri centrali di tutto il mondo, c’è stato il consueto scambio di opinioni su quale possa essere il tasso di interesse “neutrale”, quello che né incoraggia né scoraggia l'attività economica.

Ma quest’anno c’era un nuovo argomento all'ordine del giorno. Dopotutto, le decisioni della Fed sulla politica monetaria non riguardano solo gli Stati Uniti. Come disse il segretario al Tesoro di Richard Nixon, John Connally, il dollaro "è la nostra moneta, ma anche il vostro problema" (rivolgendosi a operatori esteri). Un dollaro forte derivante da alti tassi di interesse, ad esempio, attrae fondi di investimento dai paesi in via di sviluppo e costringe i loro banchieri centrali ad aumentare i tassi di interesse, anche se le condizioni macroeconomiche suggeriscono di non farlo.

Ma per Trump è proprio questo il problema. Il presidente scommette sul fatto che una rapida crescita (quantomeno nel breve periodo) invertirà gli attuali bassi indici di popolarità del suo governo e aiuterà i repubblicani a mantenere il controllo al Congresso alle elezioni del 6 novembre.

Trump non avrà dimenticato che quando non ha voluto rinnovare il mandato a Yenet Yellen, e offerto la posizione di governatore della Fed a Jay Powell, lo ha fatto anche per evitare che i tassi continuassero ad aumentare. Nonostante ciò Powell ha lasciato intendere che procederà con un ulteriore aumento a settembre e un altro a dicembre a meno che l'economia rallenti drasticamente.

Il capo della Fed ha anche spiegato che il deficit federale, destinato a superare 1 trilione di dollari nel prossimo anno fiscale, si trova su un percorso insostenibile. Un'osservazione che Trump, che si muove come un elefante in una sala di cristalli, avrà recepito come un attacco alla riduzione della tasse.

Con tenacia Powell ha riconfermato l’importanza dell’autonomia della banca centrale. E ha fatto tornare il pensiero all’episodio di qualche anno fa, quando il presidente George Bush (padre) chiese a Greenspan di abbassare i tassi di interesse per favorire la sua rielezione. Ma quello che è, poi, stato governatore della Fed per 18 anni rifiutò. Bush perse e arrivò Bill Clinton.

La riaffermazione dell'indipendenza della Fed da parte di Powell è, pertanto, una buona notizia per gli Stati Uniti e per l'economia globale. I paesi che hanno le banche centrali sotto la stretta influenza della politica alla fine pagano un prezzo elevato. Turchia e Venezuela sono lì a confermarlo.

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