
La Cina non è più soltanto la fabbrica mondiale di principi attivi e medicinali a basso costo. È diventata un centro di innovazione capace di attirare investimenti e accordi miliardari con le maggiori aziende farmaceutiche internazionali.
Il 29 settembre, Novo Nordisk ha siglato con Hengrui Pharma un accordo dal valore potenziale fino a 2,6 miliardi di dollari per sviluppare e commercializzare fuori dalla Cina un candidato farmaco orale contro l’obesità. A ottobre, AstraZeneca ha inoltre consolidato la collaborazione con la cinese CSPC con un’intesa potenzialmente da 18,5 miliardi di dollari.
Oncologia e biotecnologie: cambia la geografia della ricerca
Le imprese cinesi stanno avanzando anche nei trattamenti contro il cancro, dagli anticorpi monoclonali ai coniugati anticorpo-farmaco (ADC), terapie progettate per indirizzare più selettivamente il farmaco verso le cellule tumorali.
Secondo GlobalData, nel 2025 gli accordi di licenza in uscita delle aziende cinesi hanno raggiunto un valore complessivo di 115 miliardi di dollari. E il trend accelera: secondo Reuters, nei primi mesi del 2026 il valore degli accordi ha già superato quello dell’intero anno precedente. Si tratta di valori potenziali che possono comprendere pagamenti legati a traguardi clinici, autorizzazioni e vendite, non di ricavi già incassati.
Tempi e costi più competitivi
La crescita cinese si fonda su investimenti nella ricerca, un ecosistema biotech sempre più maturo e la capacità di sviluppare farmaci e condurre sperimentazioni cliniche con tempi e costi competitivi.
Per le aziende occidentali, collaborare con partner cinesi significa accedere a nuove molecole e rafforzare le pipeline di ricerca, anche in vista della scadenza di brevetti di medicinali di successo. Il rapporto, però, è sempre meno quello tra committente e fornitore: le biotech cinesi stanno acquisendo maggiore peso negoziale e una quota crescente del valore generato dall’innovazione.
Il punto debole europeo: la dipendenza produttiva
La questione non riguarda soltanto i farmaci innovativi. L’Europa dipende dall’estero anche per molti principi attivi utilizzati nei medicinali essenziali. Secondo il Consiglio dell’UE, uno studio della Commissione europea ha stimato che la Cina rappresenti il 45% delle importazioni di ingredienti farmaceutici considerate nell’analisi.
Il rischio è diventato particolarmente evidente il 21 ottobre: Reuters ha riferito che la quota cinese delle importazioni europee di penicillina è salita dal 44% del 2019 all’86% del 2025. La pressione sui prezzi minaccia così l’ultimo impianto europeo pienamente integrato per la produzione di penicillina, in Austria.
Washington e Bruxelles tra sicurezza e autonomia
Negli Stati Uniti, le restrizioni alla collaborazione con aziende biotech cinesi sono al centro di un confronto tra esigenze di sicurezza nazionale e interessi dell’industria farmaceutica, che considera la Cina una fonte sempre più importante di innovazione.
L’Unione europea punta invece a rafforzare la produzione di medicinali critici e la resilienza delle forniture. Nel maggio 2026, Parlamento europeo e Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio sul Critical Medicines Act, che mira a ridurre le vulnerabilità e a favorire la sicurezza degli approvvigionamenti.
La sfida: innovare senza perdere il controllo
La contraddizione è evidente: l’Occidente ha bisogno delle capacità scientifiche e industriali cinesi, ma teme che una dipendenza eccessiva possa trasformarsi in una vulnerabilità strategica in caso di crisi geopolitiche o interruzioni commerciali.









