
Il 2025 passerà alla storia come l’anno in cui ha preso forma un nuovo ordine mondiale. Alcune dinamiche erano già evidenti da tempo, ma negli ultimi mesi i contorni del cambiamento si sono fatti netti, segnando una rottura profonda con l’assetto del secondo dopoguerra. Al centro di questa trasformazione c’è la visione geopolitica di Donald Trump, fondata su forza, interessi nazionali e competizione senza regole condivise.
La fine delle alleanze storiche
L’atlantismo, nato nel 1949 con la creazione della Nato, appare oggi al tramonto. Dopo la fine della Guerra fredda, l’alleanza transatlantica aveva già perso parte della sua ragion d’essere, ma la Russia di Vladimir Putin sembrava aver temporaneamente ricompattato l’Occidente. Oggi, invece, è evidente lo scollamento tra Stati Uniti ed Europa: non esistono più alleanze permanenti, ma solo interessi contingenti.
Un’Europa sempre più marginale
L’Unione europea non è più percepita da Washington come un pilastro di stabilità e democrazia, bensì come un ostacolo geopolitico. Gli Stati Uniti sembrano privilegiare rapporti bilaterali con singoli Paesi europei — come Regno Unito, Irlanda, Ungheria e, in prospettiva, Italia — piuttosto che con Bruxelles. In questo quadro, l’immigrazione viene spesso dipinta come una minaccia alla civiltà democratica europea, alimentando una narrazione di declino.
l fascino delle autocrazie
Nel nuovo ordine globale contano soprattutto i Paesi forti, ricchi e militarmente potenti, indipendentemente dalla natura del loro regime politico. Le autocrazie — dalla Cina alla Russia, passando per l’Arabia Saudita — sono considerate interlocutori affidabili perché garantiscono stabilità e decisionismo. La democrazia perde così il suo status di valore universale e di modello finale dell’evoluzione politica.
Democrazia in ritirata
Le previsioni di Francis Fukuyama sulla “fine della storia” appaiono oggi superate. Populismi, autoritarismi e disinformazione digitale stanno erodendo lo spazio delle democrazie liberali. Questi sistemi consentono allo Stato un intervento diretto e rapido nell’economia e nella politica estera, diventando il fulcro di una nuova politica industriale e strategica.
Dazi e commercio come armi geopolitiche
Il multilateralismo lascia il posto a un multipolarismo conflittuale. Organizzazioni come Onu, Omc e Fmi diventano marginali o addirittura d’intralcio. Le politiche commerciali non servono più solo a generare crescita, ma diventano strumenti di pressione politica: dazi, sanzioni e restrizioni sostituiscono la cooperazione. La sicurezza strategica prevale sul benessere collettivo.
La nuova dottrina Monroe globale
La storica dottrina Monroe — “l’America agli americani” — viene oggi estesa su scala planetaria. Ogni grande potenza rivendica il diritto di dominare la propria sfera di influenza, senza interferenze esterne. È la logica che giustifica le azioni statunitensi in America Latina, ma anche l’espansionismo russo in Europa orientale e l’assertività cinese in Asia.
Guerre tra simili, non tra civiltà
Contrariamente alle teorie di Samuel Huntington, i conflitti più sanguinosi non avvengono tra civiltà diverse, ma all’interno della stessa area culturale: Russia e Ucraina, Corea del Nord e Corea del Sud, tensioni in Africa e in Medio Oriente. La pace non è più un valore assoluto: deve essere utile ai più forti, non necessariamente giusta.
Il ritorno di Machiavelli
In questo scenario tornano attuali le idee di Niccolò Machiavelli: la politica separata dalla morale, la forza come strumento legittimo, la paura come leva di governo. Il fine ultimo diventa la potenza dello Stato, anteposta a qualsiasi principio etico. Non è la fine del mondo, ma è certamente la fine del mondo così come lo abbiamo conosciuto dal secondo dopoguerra.









