La pace come un business: il “Consiglio per Gaza” di Trump somiglia al cda di una multinazionale

In un Consiglio europeo atipico, senza telefoni e senza comunicati, l’Ue frena sul Board of Peace lanciato a Davos, mentre Trump rivendica adesioni (“Anche l’Italia vuole entrare nel Board”) e immagina Gaza come un grande progetto immobiliare. Tra dubbi giuridici, tensioni transatlantiche e una governance che divide.

Il “Consiglio per Gaza” di Trump somiglia al cda di una multinazionale

Cinque ore di confronto a porte chiuse, niente cellulari e nessun testo finale scritto. Il Consiglio europeo straordinario andato in scena all’Europa Building ha avuto un solo vero filo conduttore: come rapportarsi alla nuova America di Donald Trump, tornato al centro della scena globale con una strategia tanto assertiva quanto imprevedibile.

L’Europa prende le distanze, senza chiudere il dialogo

Al termine della lunga cena di lavoro, l’Unione europea ha ribadito la propria distanza politica dal tycoon, evitando però una rottura frontale. La linea resta quella del dialogo accompagnato dalla fermezza, con ritorsioni credibili sul tavolo ma senza escalation impulsive.

Il nodo del “Board di Gaza” e i dubbi sullo statuto

Tra i temi più delicati, il Consiglio di Pace per Gaza promosso dagli Stati Uniti. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha parlato apertamente di “seri dubbi” condivisi da diversi leader europei su perimetro delle competenze, governance e compatibilità con la Carta dell’Onu.

Un’Europa divisa: sì, no e attendismo

Il Board è stato sottoscritto da Ungheria e Bulgaria, respinto nettamente dalla Spagna, mentre altri Paesi – tra cui l’Italia – hanno preso tempo. A Roma pesano anche le valutazioni di compatibilità costituzionale, in particolare con l’articolo 11 della Costituzione.

Trump rilancia e chiama in causa l’Italia

Di ritorno da Davos, Trump ha rivendicato possibili adesioni di Giorgia Meloni e del presidente polacco Karol Nawrocki, sostenendo che Roma “vuole entrarci”. Palazzo Chigi non ha replicato, ma le parole del presidente Usa sono destinate a far rumore nel dibattito interno italiano.

Collaborare sì, ma solo sotto l’ombrello dell’Onu

A Bruxelles resta aperta una disponibilità condizionata: collaborare a un piano di pace globale per Gaza solo se il Board opererà come amministrazione transitoria, nel pieno rispetto della risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Tra Groenlandia e Artico, le linee rosse europee

Trump continua a incalzare su dossier sensibili, dalla Groenlandia alla sicurezza dell’Artico. Per l’Ue alcune linee rosse non sono negoziabili, come la sovranità territoriale, mentre su altri fronti resta aperta la cooperazione con Washington.

Autonomia strategica e nuove alleanze commerciali

Nel frattempo Bruxelles accelera sulla diversificazione delle partnership: vertici Ue attesi in India per un accordo commerciale cruciale e pressing sulla Commissione per procedere sull’intesa con il Mercosur, senza attendere ulteriori passaggi giudiziari.

Davos, la firma simbolica e la visione trumpiana

È a Davos, a margine del World Economic Forum, che Trump ha messo in scena la sua visione: la firma del Board of Peace, con lui presidente a vita, alla presenza di una ventina di leader tra alleati e autocrati. “Potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo”, ha dichiarato, rivendicando di aver chiuso guerre senza passare dall’Onu.

Un’Onu alternativa, anche nei simboli

Il logo del Board parla chiaro: uno scudo con la mappa degli Stati Uniti circondata da rami d’ulivo, richiamo evidente al simbolo delle Nazioni Unite. Un messaggio politico che alimenta il sospetto di una governance parallela disegnata a immagine e somiglianza di Washington.

Gaza come progetto immobiliare

Trump non nasconde la sua visione: trasformare Gaza in un grande resort sul Mediterraneo. Jared Kushner ha presentato mappe e slide della “Nuova Gaza”: un piano da 25 miliardi di dollari, tre anni di lavori, grattacieli sul lungomare, turismo e occupazione al 100%.

Sicurezza e minacce: il nodo Hamas

Il progetto partirebbe da Rafah, per espandersi verso nord dopo la “smilitarizzazione” dell’enclave. L’avvertimento è esplicito: “Se Hamas non disarma, sarà la fine per loro”.

Chi c’era e chi ha detto no

Sul palco leader come Javier Milei, Ilham Aliyev, rappresentanti di Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto. In Europa, solo Viktor Orban e la Bulgaria. Assenti i big Ue, Israele fermato dal mandato della Cpi, Putin interlocutore ambiguo, e molti Paesi che hanno declinato l’invito.

Tra ironia e scetticismo

Persino Elon Musk ha ironizzato: “È per la pace o per la conquista?”. Intanto Bruxelles ribadisce la necessità di una risposta europea coordinata, mentre Washington parla di “nuova era”.

Fonte
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