Il ruolo dello Stato nell’economia italiana non è affatto in ritirata. Anzi, cambia forma. Secondo i dati più aggiornati, nel 2023 le imprese controllate dal settore pubblico sono scese a 3.546 unità, con circa 601.600 addetti. Dieci anni fa erano molte di più, ma oggi sono mediamente più grandi e più strategiche.
La fotografia che emerge è chiara: meno partecipazioni, ma più concentrazione e maggiore impatto economico. Le aziende a controllo pubblico rappresentano circa il 18,5% dell’occupazione tra le principali imprese italiane, in linea con Francia e Germania. Tuttavia, in Italia generano circa un terzo del valore della produzione complessiva, una quota nettamente superiore rispetto agli altri grandi Paesi europei.
A riaccendere il tema è anche l’operazione allo studio su TIM, su cui Poste Italiane potrebbe lanciare un’offerta da oltre 10 miliardi di euro. Se andasse in porto, il nuovo gruppo avrebbe una presenza pubblica superiore al 50%, considerando il ruolo del Ministero dell'Economia e delle Finanze e di Cassa Depositi e Prestiti.
Il cuore del sistema resta proprio il Mef, che pur controllando solo il 14% delle imprese pubbliche, concentra oltre la metà degli occupati. Un dato che conferma come il controllo statale sia sempre più focalizzato su grandi player strategici: energia, infrastrutture, difesa e finanza.
Guardando indietro, il picco delle privatizzazioni risale agli anni Novanta, in piena stagione post-Tangentopoli. Tra il 1995 e il 1999 lo Stato incassò circa 46 miliardi di euro, soprattutto grazie alle cessioni di quote in Eni e Enel. Una stagione che sembrava segnare un ridimensionamento definitivo del perimetro pubblico.
Negli anni successivi, però, il processo si è rallentato fino quasi a fermarsi. Le operazioni più recenti, come le vendite di quote di Banca Monte dei Paschi di Siena o ancora di Eni, non hanno inciso in modo sostanziale sul controllo pubblico, spesso rimasto invariato grazie a partecipazioni indirette.
In questo contesto, Cassa Depositi e Prestiti si conferma il vero braccio operativo dello Stato imprenditore. Con partecipazioni per circa 50 miliardi di euro in società quotate, rappresenta uno strumento chiave per orientare investimenti e strategie industriali senza gravare formalmente sul debito pubblico.
Il confronto europeo mostra che l’Italia non è un’eccezione nel numero di aziende partecipate, ma lo è nel loro peso economico. Questo riflette anche una struttura produttiva caratterizzata da poche grandi imprese private, lasciando allo Stato un ruolo più centrale nei settori strategici.
Il risultato è un modello ibrido: meno aziende pubbliche, ma più grandi e decisive. In un contesto globale segnato da crisi energetiche, transizione industriale e tensioni geopolitiche, il ritorno dello Stato imprenditore non è più un’eccezione, ma una tendenza strutturale.





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