
Il Venezuela è il Paese con le più grandi riserve petrolifere provate al mondo, oltre 300 miliardi di barili. Eppure, da anni vive una delle più gravi crisi economiche e sociali del pianeta. Un paradosso che dimostra come l’abbondanza di risorse naturali, da sola, non garantisca crescita, stabilità né benessere.
Il petrolio come promessa mancata
L’interesse per il greggio venezuelano resta altissimo anche oggi. Non a caso, lo stesso Donald Trump ha citato le risorse energetiche di Caracas tra le motivazioni strategiche che rendono il Paese centrale negli equilibri geopolitici americani. Ma il punto chiave è un altro: negli ultimi quindici anni il Venezuela ha perso la capacità di trasformare le sue riserve in produzione reale, ricchezza e occupazione.
Pdvsa, da eccellenza a simbolo del declino
Al centro del collasso c’è Petróleos de Venezuela (Pdvsa), la compagnia petrolifera statale. Un tempo considerata una delle National Oil Company più efficienti al mondo, oggi rappresenta un caso emblematico di gestione politicizzata e declino industriale. La perdita di autonomia, la subordinazione agli obiettivi politici e il drastico calo degli investimenti hanno progressivamente eroso le sue capacità operative.
Dall’Opec al tracollo produttivo
Il Venezuela è membro fondatore dell’Opec e, tra anni Novanta e primi Duemila, esportava fino a 2 milioni di barili al giorno verso gli Stati Uniti. Con l’arrivo al potere di Hugo Chávez, il settore viene profondamente ristrutturato: la governance cambia, gli equilibri si rompono e la produzione inizia a calare. Sotto Nicolás Maduro, il declino accelera ulteriormente.
Sanzioni e isolamento internazionale
Dal 2017, le sanzioni statunitensi, rafforzate nel 2019, hanno limitato l’accesso ai mercati finanziari e colpito duramente l’export petrolifero. Caracas è stata costretta a dirottare le vendite verso Cina, India, Cuba e altri partner extra-occidentali, spesso a condizioni meno favorevoli. Un cambio di rotta che ha ridotto margini, trasparenza e competitività.
Riserve enormi, ma difficili da sfruttare
Un altro nodo cruciale riguarda la qualità del petrolio. Gran parte delle riserve venezuelane si trova nella Fascia dell’Orinoco ed è costituita da greggio extra-pesante, altamente viscoso e ricco di zolfo. La sua estrazione richiede tecnologie avanzate, capitale e competenze che il Paese oggi fatica a reperire. Il dato sulle riserve, senza una struttura industriale adeguata, diventa quindi fuorviante.
Produzione crollata, Stato in crisi
Alla fine degli anni Novanta il Venezuela produceva oltre 3 milioni di barili al giorno. Oggi la produzione è scesa a meno di un terzo. Le cause sono strutturali: politicizzazione, fuga di capitale umano, deterioramento delle infrastrutture, mancato reinvestimento degli utili. Il risultato è stato devastante: crollo delle entrate pubbliche, iperinflazione, carenza di beni essenziali.
Dipendenza geopolitica e fragilità strategica
Il vuoto lasciato dall’Occidente è stato colmato da Russia, Cina e Iran, che hanno fornito supporto tecnico e finanziario in cambio di accesso alle risorse. Una dipendenza che ha ulteriormente limitato l’autonomia di Pdvsa e ridotto la capacità del Venezuela di rientrare nei mercati globali dell’energia.
Una lezione oltre il petrolio
Il caso venezuelano dimostra che le risorse naturali non sono una garanzia di sviluppo. Senza governance, capitale umano, investimenti tecnologici e integrazione internazionale, la rendita petrolifera può trasformarsi in una trappola strutturale. Per economisti ed esperti di energia, il Venezuela non è solo una crisi nazionale, ma un caso di studio globale sui limiti dei modelli di sviluppo basati esclusivamente sulle risorse.






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