.jpg?box=650x850)
L'Africa è diventata uno dei principali obiettivi strategici dei Paesi del Golfo. Secondo le stime del think tank Chatham House, gli Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) hanno investito oltre 100 miliardi di dollari nel continente nell'ultimo decennio. Gli Emirati Arabi Uniti guidano la classifica con circa 59 miliardi di dollari, seguiti dall'Arabia Saudita con oltre 26 miliardi.
L'ultima operazione conferma questa tendenza: ADNOC Distribution, società energetica di Abu Dhabi, ha raggiunto un accordo per acquisire le attività retail di Shell in Sudafrica per un valore stimato di circa 1 miliardo di dollari, rafforzando ulteriormente la presenza emiratina nel mercato energetico africano.
Energia, porti e minerali strategici
Gli investimenti si concentrano nei comparti ritenuti decisivi per la crescita economica mondiale: energia tradizionale e rinnovabile, porti, logistica, agricoltura, telecomunicazioni e soprattutto materie prime critiche.
Litio, rame, cobalto, nichel e terre rare sono risorse fondamentali per lo sviluppo delle batterie elettriche, dei semiconduttori, dell'intelligenza artificiale e delle tecnologie della transizione energetica. Controllarne le filiere significa rafforzare il proprio peso economico e geopolitico nei prossimi decenni.
Le strategie di Emirati, Arabia Saudita e Qatar
Pur condividendo l'interesse verso il continente africano, i Paesi del Golfo seguono strategie differenti.
Gli Emirati Arabi Uniti stanno costruendo una presenza capillare che combina investimenti economici e influenza geopolitica. Attraverso società come DP World, Abu Dhabi ha consolidato il controllo di numerosi porti commerciali africani, rafforzando la propria posizione lungo alcune delle rotte marittime più importanti del commercio mondiale, dal Mar Rosso all'Oceano Indiano.
L'Arabia Saudita, nell'ambito del piano Vision 2030, privilegia invece investimenti selettivi nei settori dell'energia, dell'agroalimentare e delle infrastrutture, affiancando ai capitali privati strumenti di cooperazione e finanziamento allo sviluppo.
Il Qatar, pur mantenendo una presenza più contenuta, sta aumentando progressivamente gli investimenti in aviazione, servizi, turismo e finanza, puntando su partnership mirate con alcuni Paesi africani.
Perché l'Africa è sempre più centrale
L'interesse del Golfo arriva in un momento favorevole per il continente.
Con la progressiva riduzione degli aiuti allo sviluppo da parte di numerosi Paesi occidentali e il rallentamento dei prestiti cinesi, molti governi africani sono alla ricerca di nuovi partner finanziari per sostenere infrastrutture, reti energetiche e industrializzazione.
A favorire questa dinamica contribuisce anche l'entrata in vigore dell'African Continental Free Trade Area (AfCFTA), il più grande accordo di libero scambio al mondo per numero di Paesi aderenti, destinato a creare un mercato integrato di oltre 1,5 miliardi di persone e ad aumentare l'attrattività dell'Africa per gli investitori internazionali.
Opportunità e nuovi rischi
Le risorse provenienti dal Golfo rappresentano una significativa opportunità per accelerare la crescita economica africana. A differenza di altri modelli di finanziamento, gli Emirati e gli altri Paesi del GCC privilegiano spesso investimenti diretti nelle imprese e nelle infrastrutture piuttosto che l'erogazione di prestiti sovrani, riducendo il rischio di un eccessivo indebitamento.
Tuttavia, numerosi analisti, tra cui Brookings Institution, Chatham House e la Banca Africana di Sviluppo, avvertono che il successo di questa nuova stagione dipenderà dalla capacità dei governi africani di trasformare i capitali esteri in sviluppo industriale, innovazione e occupazione locale, evitando che il continente resti esclusivamente un fornitore di materie prime.
La nuova partita della geopolitica globale
La crescente presenza dei Paesi del Golfo conferma come l'Africa sia oggi uno dei principali teatri della competizione economica internazionale, insieme a Stati Uniti, Unione Europea, Cina, India e Turchia.
Non è soltanto una sfida per l'accesso alle risorse naturali, ma anche per il controllo delle infrastrutture strategiche, delle rotte commerciali e delle catene globali del valore che alimenteranno la crescita mondiale nei prossimi decenni.









