L'Europa è destinata a trasformarsi in un "grande museo", ricco di storia ma incapace di competere con Stati Uniti e Cina? Oppure il racconto del suo declino è una semplificazione alimentata dal confronto con la straordinaria crescita americana?
A riaccendere il dibattito è il premio Nobel per l'Economia Paul Krugman, che sulle pagine della sua newsletter Substack contesta una delle convinzioni oggi più diffuse: quella secondo cui il Vecchio Continente avrebbe ormai imboccato una traiettoria irreversibile di declino economico e tecnologico.
Una tesi che negli ultimi mesi ha trovato nuova forza sia nella narrativa politica dell'amministrazione Trump sia, soprattutto, nelle riflessioni contenute nel Rapporto Draghi, il documento commissionato dalla Commissione europea che individua nella perdita di competitività il principale rischio strategico per l'Unione.
Krugman: "L'Europa vive meglio degli Stati Uniti"
Secondo Krugman, limitarsi a confrontare i tassi di crescita del PIL rischia di offrire una fotografia distorta.
Gli indicatori sociali raccontano infatti una realtà diversa.
L'Europa continua infatti a registrare: una speranza di vita mediamente superiore; sistemi sanitari universalistici più accessibili; minori livelli di criminalità; reti di protezione sociale più estese; migliori risultati in numerosi indicatori di qualità della vita.
Anche utilizzando il PIL pro capite corretto per la parità di potere d'acquisto, il divario con gli Stati Uniti appare molto meno marcato rispetto a quanto suggeriscano i dati nominali.
Il vero problema si chiama produttività
Se però il benessere europeo rimane elevato, il nodo centrale resta quello della produttività.
Negli ultimi vent'anni gli Stati Uniti hanno accelerato soprattutto grazie all'enorme sviluppo delle grandi imprese tecnologiche e dell'intelligenza artificiale.
Le cosiddette Big Tech hanno contribuito a trainare investimenti, salari qualificati e capacità innovativa.
Secondo le analisi più recenti, sette società americane hanno ormai superato la soglia dei mille miliardi di dollari di capitalizzazione e il numero potrebbe aumentare ulteriormente con nuove quotazioni nel settore AI.
L'Europa, invece, continua a soffrire l'assenza di campioni tecnologici globali.
Il Rapporto Draghi: l'Europa rischia di perdere la sfida dell'innovazione
È proprio qui che interviene il Rapporto Draghi.
L'ex presidente della BCE individua alcune criticità strutturali: mercato dei capitali ancora frammentato; eccesso di regolamentazione; investimenti insufficienti in ricerca e sviluppo; difficoltà nella crescita delle startup innovative; mercato digitale ancora incompleto; ritardi nello sviluppo dell'intelligenza artificiale e dei semiconduttori.
Secondo Draghi, per recuperare competitività serviranno investimenti aggiuntivi pari a circa 800 miliardi di euro l'anno, una cifra senza precedenti nella storia dell'integrazione europea.
Energia, demografia e geopolitica aggravano le fragilità
A rendere ancora più complesso il quadro intervengono fattori esterni.
L'Europa dispone di minori risorse energetiche rispetto ad altre grandi economie, dipende fortemente dalle importazioni di materie prime critiche e affronta un rapido invecchiamento della popolazione.
Le tensioni geopolitiche, la frammentazione delle catene globali del valore e la crescente competizione tra Stati Uniti e Cina stanno inoltre riportando al centro un elemento spesso sottovalutato negli anni della globalizzazione: la geografia economica.
Produrre vicino ai mercati e controllare tecnologie strategiche sta tornando a essere un vantaggio competitivo decisivo.
Declino o trasformazione?
La domanda, dunque, resta aperta.
L'Europa continua a rappresentare una delle maggiori economie mondiali, mantiene standard sociali tra i più elevati e conserva una forte capacità manifatturiera.
Ma rischia di perdere terreno proprio nei settori destinati a determinare la crescita dei prossimi decenni: intelligenza artificiale, cloud computing, biotecnologie, semiconduttori e difesa.
Il vero problema, quindi, non sembra essere tanto la ricchezza prodotta oggi, quanto quella che il continente riuscirà a creare domani.
Per molti economisti il punto non è stabilire se l'Europa sia già in declino, ma capire se saprà trasformare le riforme indicate dal Rapporto Draghi in una nuova stagione di investimenti, innovazione e integrazione economica.
Il futuro del Vecchio Continente dipenderà proprio da questa sfida.


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