Migranti in Albania e brigantaggio: quando l’Italia pensò alla deportazione dei ribelli dopo l’Unità

Il trasferimento dei migranti fuori dal territorio nazionale è oggi al centro del dibattito politico italiano. Ma, 165 anni fa, il neonato Regno d’Italia arrivò a valutare un progetto molto diverso, ma altrettanto radicale: creare colonie penali oltremare per allontanare briganti e presunti fiancheggiatori dal Mezzogiorno.

Il confronto tra il Piano Albania del governo Meloni e le vicende dell’Italia postunitaria va fatto con cautela: si tratta di fenomeni, epoche e basi giuridiche completamente differenti. Ma esiste un precedente storico interessante nella storia italiana: nei primi anni dopo l’Unità, alcuni governi presero in considerazione l'idea di trasferire lontano dalla penisola persone considerate coinvolte nel brigantaggio meridionale.

La vicenda è ricostruita dallo storico Gianni Oliva nel libro La prima guerra civile. Rivolte e repressione nel Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia, pubblicato da Mondadori nel 2025.

Il progetto delle colonie penali

Secondo la ricostruzione proposta da Oliva, nel 1861, sotto il governo di Bettino Ricasoli, cominciò a essere studiata l’ipotesi di trasferire «briganti e manutengoli» in territori lontani dall’Italia, prendendo come riferimento esperienze coloniali francesi.

Con il successivo governo Rattazzi sarebbero stati avviati contatti con il Portogallo per valutare la possibilità di creare stabilimenti penali in Mozambico o nei possedimenti portoghesi dell’epoca, compresi Timor, Macao e Goa. Successivamente, sotto Minghetti, venne persino ipotizzata una missione navale verso l’Australia per studiare la praticabilità di insediamenti penali. Il progetto, tuttavia, non si trasformò in una colonia penale italiana.

Ma cos’era davvero il brigantaggio?

Qui sta il punto storico più importante. Il termine “brigantaggio” non descriveva un fenomeno omogeneo.

Dopo il 1861, nel Mezzogiorno si intrecciarono criminalità, ribellioni contadine, legittimismo borbonico, conflitti sulla terra e opposizione al nuovo Stato unitario. La coscrizione obbligatoria e le difficili condizioni economiche alimentarono ulteriormente il malcontento.

Per questo Oliva propone di parlare di “prima guerra civile italiana”, sottolineando la natura complessa e interna dello scontro, senza per questo assolvere le violenze commesse dai ribelli o trasformare la vicenda in una celebrazione neoborbonica.

Due terzi dell’esercito impegnati nel Sud

La dimensione del conflitto fu enorme per un Paese appena nato. Secondo la ricostruzione di Oliva, circa due terzi dell’esercito italiano furono coinvolti nella repressione e il numero delle vittime superò quello complessivo delle tre guerre d’indipendenza.

La repressione fu spesso durissima: rastrellamenti, incendi di abitazioni e paesi, fucilazioni e una forte militarizzazione del territorio si accompagnarono alle violenze commesse dalle bande armate. La stessa storiografia ha progressivamente abbandonato una lettura esclusivamente criminalizzante del fenomeno.

Il legame con il presente: attenzione ai paragoni

Il riferimento al “modello Albania” adottato dall'Italia per la gestione di alcune procedure relative ai migranti non significa che esista una continuità diretta con i progetti ottocenteschi.

Il Protocollo Italia-Albania nasce infatti in un contesto completamente diverso e riguarda strutture realizzate in territorio albanese per determinate procedure migratorie, nell'ambito di un accordo internazionale contemporaneo.

Il parallelo storico può però essere utile per ricordare che l’idea di allontanare fisicamente dal territorio nazionale persone considerate problematiche non è nuova nella storia degli Stati europei. Nel XIX secolo, inoltre, la deportazione penale era già praticata da potenze coloniali come Francia e Gran Bretagna.

Una pagina ancora controversa della storia italiana

La rilettura di Oliva riapre così una domanda più ampia: quanto fu davvero pacifica l’Unità d’Italia?

La nascita del Regno nel 1861 non coincise con la costruzione immediata di uno Stato nazionale coeso. Nel Mezzogiorno esplose un conflitto sanguinoso che per anni mise di fronte popolazioni locali, bande armate, sostenitori borbonici e apparato militare del nuovo Regno.

Ed è proprio per questo che il libro di Oliva ha riacceso il dibattito: raccontare il brigantaggio come guerra civile non significa riscrivere l’Unità d’Italia, ma interrogarsi sulle violenze, sulle fratture sociali e sulle responsabilità che accompagnarono la nascita dello Stato italiano.

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