
Clamoroso cortocircuito ai vertici degli Stati Uniti. La direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard ha di fatto contraddetto il presidente Donald Trump, affermando davanti al Senato che l’Iran non ha tentato di ricostruire i suoi impianti nucleari dopo gli attacchi di giugno 2025.
Una dichiarazione che mina alla base una delle principali giustificazioni utilizzate dalla Casa Bianca per l’intervento militare.
“Programma nucleare annientato”: la versione dell’intelligence
Nel corso dell’audizione alla commissione intelligence del Senato, Gabbard è stata netta:
dopo l’operazione militare americana (nota come Midnight Hammer), il programma di arricchimento nucleare iraniano sarebbe stato completamente distrutto.
Da allora, secondo le valutazioni ufficiali dell’intelligence USA, non risultano tentativi concreti di ricostruzione.
Una posizione che si scontra frontalmente con la narrativa dell’amministrazione Trump.
Il tentativo di correggere il tiro
Consapevole dell’impatto politico delle sue parole, Tulsi Gabbard ha successivamente parzialmente riformulato la sua posizione. Durante la testimonianza orale ha infatti precisato che: l’Iran stava cercando di riprendersi dai danni subiti; Teheran continua a non rispettare gli obblighi dell’AIEA. Un aggiustamento che però non cancella la contraddizione iniziale, ormai al centro del dibattito politico americano.
Iran indebolito ma ancora in piedi
Dall’audizione emerge un quadro complesso. Secondo l’intelligence USA: il governo iraniano resta intatto; ma è fortemente indebolito sul piano militare e della leadership. Se il regime dovesse sopravvivere al conflitto, sarà costretto a ricostruire gran parte delle proprie forze armate.
Il nodo missilistico: minaccia a lungo termine
Gabbard ha anche lanciato un allarme sul futuro:
l’Iran potrebbe sviluppare un missile balistico intercontinentale entro il 2035, secondo stime della Defense Intelligence Agency.
Una prospettiva che mantiene alta la tensione internazionale, anche in assenza di una ripresa immediata del programma nucleare.
Casa Bianca in difesa, ma crescono le crepe
Nonostante le dichiarazioni, la Casa Bianca ha ribadito la fiducia nella direttrice dell’intelligence.
La portavoce Karoline Leavitt ha confermato il sostegno a Gabbard, mentre l’amministrazione cerca di contenere l’impatto politico della vicenda.
Ma il caso rischia di alimentare nuove polemiche sulla gestione del conflitto da parte di Donald Trump.
Dimissioni e tensioni interne
Il quadro si complica ulteriormente con le dimissioni di Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo americano, critico sulla linea dura verso l’Iran.
Un segnale delle divisioni interne all’apparato di sicurezza nazionale USA, sempre più evidenti.
Una guerra sempre più controversa
Le dichiarazioni di Tulsi Gabbard riaprono una questione centrale:
l’intervento militare contro l’Iran era davvero giustificato?
Se il programma nucleare era già neutralizzato e non in fase di ricostruzione, la strategia americana rischia di apparire sempre più fragile sul piano politico e internazionale.
Scenario globale: tensioni ancora alte
Nonostante l’assenza di segnali di ripresa nucleare immediata, la crisi resta aperta.
Tra instabilità regionale, tensioni con Israele e timori per la sicurezza globale, il dossier iraniano continua a essere uno dei più delicati dello scenario geopolitico.









