
Donald Trump apre un nuovo fronte nella guerra contro l’Iran: quello economico.
Dopo il fallimento dei tentativi diplomatici e la scadenza della tregua di 60 giorni, il presidente americano ha annunciato una campagna di pressione che definisce la “più devastante operazione economica” mai condotta contro un Paese, chiedendo agli alleati di unirsi a Washington per isolare Teheran.
Trump ha inoltre avvertito che qualsiasi governo, istituzione finanziaria o impresa che offra una “ancora di salvezza” all’Iran dovrà affrontare pesanti conseguenze economiche.
Il petrolio è il vero obiettivo
Dietro la nuova offensiva c'è soprattutto il tentativo di colpire le entrate petrolifere iraniane, fondamentali per mantenere in funzione l'economia e finanziare lo Stato.
Le possibili misure comprendono una stretta sul contrabbando di greggio, sulle compagnie di navigazione, sulle assicurazioni marittime, sui circuiti finanziari e sulle società di comodo utilizzate per aggirare le sanzioni.
Washington sta valutando quindi qualcosa di più sofisticato rispetto alla semplice aggiunta di nuove società alla lista nera: colpire l'intera infrastruttura internazionale che permette al petrolio iraniano di arrivare sul mercato.
Il vero rischio: lo scontro con Pechino
Ed è qui che la guerra economica contro Teheran potrebbe trasformarsi in un nuovo confronto tra Stati Uniti e Cina.
La Cina è infatti il principale acquirente del petrolio iraniano sottoposto a sanzioni. Una parte del greggio viene acquistata da raffinerie indipendenti cinesi, le cosiddette “teapot refineries”, attraverso una complessa rete di intermediari, navi e società.
Secondo fonti citate dalla stampa internazionale, la Cina avrebbe importato oltre 30 miliardi di dollari di petrolio iraniano nel 2025.
Banche cinesi nel mirino?
Una delle ipotesi più dirompenti è quindi quella di utilizzare le sanzioni secondarie: non colpire soltanto l'Iran, ma anche chi continua a fare affari con Teheran.
Nel mirino potrebbero finire banche cinesi, intermediari finanziari, compagnie di navigazione e raffinerie coinvolte nell'acquisto del greggio iraniano.
È una strategia ad altissimo rischio: sanzionare grandi istituzioni finanziarie cinesi significherebbe infatti aprire un fronte diretto con Pechino e potrebbe avere conseguenze anche sul sistema finanziario globale.




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