12 Paesi sanzionano i coloni israeliani. Germania e Italia non aderiscono

Il governo britannico introduce un nuovo regime di sanzioni contro gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Francia e Canada si uniscono alla stretta, mentre altri nove Paesi europei annunciano misure analoghe o le stanno valutando. Israele reagisce chiudendo il consolato britannico a Gerusalemme Est.

12 Paesi sanzionano i coloni israeliani. Germania e Italia non aderiscono
Fonte: The Economist

La crisi tra Regno Unito e Israele entra in una nuova fase. Il governo laburista guidato da Andy Burnham ha annunciato un divieto all'importazione nel Regno Unito di beni prodotti negli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, accompagnato da un più ampio regime di sanzioni contro aziende e soggetti che contribuiscono all'espansione degli insediamenti.

Il ministro degli Esteri Ed Miliband ha inoltre denunciato l'aggravarsi della situazione in Cisgiordania e accusato il governo israeliano di mettere a rischio la prospettiva della soluzione dei due Stati. Londra considera gli insediamenti israeliani nei territori occupati una violazione del diritto internazionale e ha richiamato anche il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2024.

Non è un boicottaggio di Israele

La misura ha un peso economico relativamente limitato: il commercio proveniente direttamente dagli insediamenti rappresenta una quota ridotta dell'interscambio complessivo tra Regno Unito e Israele.

Ma il significato politico è molto più grande. Il provvedimento colpisce infatti non soltanto alcuni prodotti, ma anche le attività di costruzione, infrastrutture, finanziamento e servizi immobiliari collegati all'espansione degli insediamenti.

Londra ha precisato che non si tratta di un embargo generalizzato contro Israele e che alcune categorie, come medicinali salvavita e beni religiosi, resteranno escluse.

La questione E1 al centro della crisi

Uno dei principali fattori che hanno accelerato lo scontro è il progetto E1, nell'area della Cisgiordania tra Gerusalemme Est e Ma'ale Adumim.

Secondo Londra e i Paesi che hanno sottoscritto la dichiarazione congiunta, l'espansione degli insediamenti in quest'area rischia di compromettere la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese e quindi la stessa possibilità di una soluzione a due Stati.

Il governo britannico aveva già condannato duramente, ad agosto, la pubblicazione dei bandi relativi al progetto E1.

Dodici Paesi fanno fronte comune

La svolta non riguarda soltanto Londra. Regno Unito, Canada, Francia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta sulla necessità di intervenire contro il commercio legato agli insediamenti.

Non tutti hanno però adottato esattamente la stessa misura: alcuni hanno già introdotto restrizioni, altri hanno annunciato l'intenzione di farlo o stanno valutando provvedimenti nazionali ed europei.

La dichiarazione sottolinea che la situazione in Cisgiordania è in rapido deterioramento, tra espansione degli insediamenti e aumento della violenza dei coloni.

La risposta di Israele

La reazione israeliana è stata immediata. Il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, struttura che svolge un ruolo importante nei rapporti britannici con la popolazione palestinese.

Israele ha inoltre annunciato l'espulsione dei rappresentanti britannici dal centro internazionale di sostegno a Gaza di Kiryat Gat, la fine della formazione britannica delle forze di sicurezza dell'Autorità palestinese e il divieto d'ingresso nel Paese per 12 cittadini britannici, tra cui l'ex leader laburista Jeremy Corbyn.

Una crisi che viene da lontano

Lo scontro non nasce però oggi. I rapporti tra Londra e il governo Netanyahu si sono progressivamente deteriorati negli ultimi anni, anche sulla guerra a Gaza, sull'espansione degli insediamenti e sul riconoscimento dello Stato palestinese.

Già nel giugno 2026 il Regno Unito aveva coordinato con altri Paesi sanzioni contro individui e organizzazioni accusati di finanziare o favorire la violenza dei coloni in Cisgiordania.

La nuova stretta rappresenta quindi un ulteriore salto di qualità.

E l'Europa?

La partita europea resta molto più complessa. Una politica commerciale comune dell'UE richiede infatti il coinvolgimento delle istituzioni europee e, per alcune decisioni sanzionatorie, il consenso degli Stati membri.

Il fronte dei 12 Paesi mostra però che la pressione politica su Israele sta aumentando. Al tempo stesso, governi come Italia e Germania hanno mantenuto una posizione più prudente sulle misure commerciali collettive.

Da Roma, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito la preferenza italiana per decisioni condivise a livello europeo, sottolineando che iniziative nazionali possono creare distorsioni nel mercato unico.

La posta in gioco va oltre il commercio

Il valore economico delle sanzioni è dunque relativamente contenuto. Il loro significato geopolitico, invece, è enorme.

Il vero terreno dello scontro è il futuro della Cisgiordania, degli insediamenti israeliani e della soluzione dei due Stati. E la decisione britannica segnala un progressivo allontanamento tra Londra e il governo Netanyahu, proprio mentre aumenta la pressione internazionale su Israele.

La chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est trasforma ora una disputa sulle politiche di insediamento in una crisi diplomatica aperta tra due Paesi storicamente alleati.

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