
L’Europa rischia un futuro da comprimaria nello scacchiere globale: subordinata alle grandi potenze, frammentata al suo interno e progressivamente deindustrializzata. È l’avvertimento netto lanciato da Mario Draghi all’Università di Leuven, in Belgio, dove ha ricevuto la laurea honoris causa. Secondo l’ex presidente del Consiglio ed ex numero uno della Bce, un’Unione incapace di difendere i propri interessi economici e strategici non potrà preservare a lungo nemmeno i propri valori fondanti.
“L’ordine globale è finito. La vera minaccia è ciò che verrà dopo”
Nel suo intervento, Draghi ha certificato la fine dell’ordine internazionale che ha sostenuto decenni di crescita europea. Ma il problema, ha chiarito, non è la fine di quel modello, bensì il nuovo equilibrio che rischia di emergere. Un mondo con meno regole e meno scambi sarebbe doloroso, ma gestibile. Il vero pericolo è un sistema dominato da potenze che usano commercio, tecnologia ed energia come armi geopolitiche, lasciando l’Europa in balia delle scelte altrui.
Tra Stati Uniti e Cina, l’Europa deve scegliere
Draghi individua un bivio storico: “Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza”.
La domanda è brutale nella sua semplicità: l’Europa vuole restare un grande mercato aperto alle decisioni altrui o diventare un soggetto politico e industriale capace di contare? Per Draghi, non esistono scorciatoie: senza integrazione politica, l’Ue resterà vulnerabile alle pressioni esterne, incluse quelle americane, sempre più orientate – secondo l’ex premier – a sfruttare la frammentazione europea.
Dalla confederazione alla federazione: la chiave del potere europeo
Il punto centrale del discorso è istituzionale. Draghi è esplicito:
per diventare una potenza, l’Europa deve passare da una confederazione di Stati a una vera federazione. Dove l’Ue ha già scelto la strada federale – politica monetaria, concorrenza, commercio, mercato unico – ha ottenuto risultati concreti ed è riconosciuta come interlocutore globale, come dimostrano i recenti accordi commerciali con India e America Latina.
Industria, energia e tecnologia: il rischio della deindustrializzazione
Il monito arriva in un momento critico: costi energetici elevati, ritardi sugli investimenti comuni, fuga di capitali industriali verso Usa e Asia. Secondo Draghi, senza una strategia europea su industria, energia, difesa e tecnologie strategiche, l’Ue rischia di perdere definitivamente la base produttiva che sostiene il suo modello sociale.
Il caso Groenlandia e la riscoperta della solidarietà europea
Draghi cita la crisi sulla Groenlandia come esempio concreto di svolta strategica. La scelta europea di resistere anziché accomodare ha imposto una valutazione realistica delle proprie leve di potere, costringendo l’Ue a pensarsi come soggetto geopolitico. Il risultato? Una solidarietà tra Stati membri che sembrava irraggiungibile, rafforzata anche dal consenso dell’opinione pubblica, ben oltre i rituali comunicati dei vertici europei.
Il messaggio finale: orgoglio, fiducia, futuro
Il discorso si chiude con un appello politico e culturale: agire insieme per riscoprire l’orgoglio europeo, la fiducia collettiva e la capacità di immaginare il futuro. Non a caso, come annunciato dal presidente del Consiglio europeo António Costa, Mario Draghi ed Enrico Letta saranno al vertice dei leader Ue il 12 febbraio, chiamati a contribuire alla ridefinizione della strategia europea in un mondo sempre più competitivo.






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