
Il referendum del 29 agosto 2026 non chiedeva direttamente agli islandesi se volessero entrare nell’UE, ma se intendessero riaprire i negoziati di adesione. Il “No” ha prevalso con 52,8%, contro il 47,2% del “Sì”.
Il risultato rappresenta una battuta d’arresto per il governo della premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir, che aveva presentato il referendum come una sorta di “ora o mai più” per riaprire il dossier europeo.
Reykjavík guarda all’Europa, il resto del Paese dice No
Il voto ha evidenziato una netta frattura geografica.
Il “Sì” ha prevalso soltanto nelle due circoscrizioni di Reykjavík, mentre nelle aree rurali il “No” ha superato in molti casi il 60%. È un risultato che riflette anche la diversa percezione del rapporto con Bruxelles tra la capitale più internazionale e le comunità legate all’economia della pesca.
La pesca è il vero nodo
Per capire il risultato bisogna guardare soprattutto al mare.
La pesca rappresenta circa il 15% del PIL islandese e il 40% dei ricavi da esportazione. Per molti elettori, aderire all’UE significherebbe mettere in discussione il controllo nazionale sulle risorse ittiche e accettare la politica comune della pesca europea.
È un tema che affonda le radici nelle “Cod Wars”, le cosiddette guerre del merluzzo combattute dall’Islanda contro Regno Unito e flotte straniere tra gli anni Cinquanta e Settanta per difendere l’estensione delle proprie acque di pesca. Il controllo del mare è diventato così parte integrante dell’identità nazionale islandese.
Sovranità contro stabilità economica
Il fronte del “Sì” aveva invece puntato sui possibili vantaggi economici e geopolitici dell’adesione: maggiore stabilità finanziaria, possibile riduzione dei tassi d’interesse e prospettive di maggiore sicurezza in un’Europa alle prese con la guerra in Ucraina e con le tensioni nell’Artico.
Il fronte euroscettico ha risposto che questi vantaggi non valgono il prezzo di una possibile perdita di controllo sulle risorse strategiche del Paese.
L’ombra della Groenlandia
La questione europea è stata inoltre influenzata dalla crescente tensione geopolitica nell’Artico.
Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, hanno rafforzato nel dibattito islandese il tema della sicurezza e della necessità di proteggere la sovranità nazionale. Per i sostenitori dell’adesione, invece, un legame più stretto con l’UE avrebbe potuto rappresentare una garanzia geopolitica aggiuntiva.
L’Islanda è già molto vicina all’UE
Il “No” non significa però che l’Islanda si allontanerà dall’Europa.
Il Paese, che conta meno di 400.000 abitanti, fa già parte dello Spazio economico europeo (SEE) e dell’area Schengen. Ha quindi accesso al mercato unico e beneficia della libera circolazione, pur non avendo rappresentanti nelle istituzioni dell’UE che partecipano alla definizione delle regole.
È una posizione simile a quella di Norvegia e Liechtenstein, altri due Paesi europei non membri dell’UE ma strettamente integrati nel mercato unico.
Dal 2009 al nuovo “No”
L’Islanda aveva presentato domanda di adesione all’UE nel 2009, nel pieno della grave crisi finanziaria che aveva colpito il Paese. I negoziati erano iniziati nel 2010, ma un governo euroscettico li aveva successivamente congelati, fino all'interruzione del processo nel 2013-2015.
Ora il referendum riporta il dossier europeo al punto di partenza.









