
L’Italia si conferma tra i Paesi più avanzati in Europa per economia circolare, seconda solo ai Paesi Bassi per tasso di utilizzo circolare dei materiali. Nel 2024 l’indicatore ha raggiunto il 21,6%, contro una media UE del 12,2%.
Un risultato importante, ma che rischia di essere fuorviante: circa l’80% dell’economia italiana continua infatti a funzionare secondo logiche ancora lineari, basate su estrazione, consumo e scarto.
Economia circolare: non è solo riciclo
Uno degli errori più diffusi è ridurre l’economia circolare alla sola gestione dei rifiuti. In realtà si tratta di un cambiamento strutturale: ripensare produzione, consumo e uso delle risorse naturali.
L’obiettivo europeo resta ambizioso: arrivare al 24% di circolarità entro il 2030, intervenendo sia sull’efficienza del riciclo sia sulla riduzione del consumo di materia vergine.
Dove si “blocca” la circolarità italiana
L’analisi evidenzia tre criticità principali. La prima è la dispersione dei materiali: una quota significativa finisce ancora in discarica o viene incenerita.
La seconda riguarda la forte dipendenza dalle risorse vergini: per ogni tonnellata riciclata, ne vengono estratte circa cinque dall’ambiente.
La terza è settoriale e riguarda l’edilizia, che da sola assorbe gran parte dei minerali non metalliferi e rappresenta uno dei principali colli di bottiglia della transizione.
Edilizia e “accumulo” di materia: il nodo più critico
Il consumo di materia in Italia è stabile da anni, intorno a 8,2 tonnellate pro capite, ma una parte consistente non rientra nei cicli produttivi.
Nel 2024, il 63% dei materiali utilizzati è stato “stoccato” in infrastrutture ed edifici, con un accumulo permanente pari a 4,2 tonnellate per abitante.
Un modello che evidenzia la centralità del settore costruzioni nella transizione: il potenziale di riuso e riciclo dei materiali da demolizione è ancora largamente sottoutilizzato.
Importazioni e dipendenza energetica
L’Italia mantiene anche una forte dipendenza dalle importazioni di materiali, pari a circa 5 tonnellate pro capite nel 2024, sopra la media europea.
La componente principale resta quella dei combustibili fossili. Altri Paesi UE hanno ridotto più rapidamente questa dipendenza grazie alla crescita delle rinnovabili e al recupero di biomasse e rifiuti organici.
La vera sfida: trasformare l’80% del sistema economico
Il punto decisivo non è migliorare il 20% già circolare, ma intervenire sulla parte ancora lineare dell’economia italiana.
Tra le leve strategiche: edilizia circolare, rigenerazione urbana, riciclo organico avanzato e nuovi modelli produttivi basati sulla riduzione dell’estrazione di risorse.
Riciclo alto, ma non sufficiente
L’Italia ricicla già molto: il 52% dei rifiuti urbani e il 73% di quelli industriali. Ma questo non basta a cambiare il modello economico complessivo.
Il limite è strutturale: senza riduzione del consumo di materia e riprogettazione dei processi produttivi, il riciclo rischia di restare una soluzione parziale.
Serve un cambio di paradigma
La transizione verso l’economia circolare non è solo una questione ambientale, ma industriale ed economica.
Ridurre l’uso di risorse vergini, ripensare l’edilizia e rafforzare i modelli di riuso saranno i veri snodi per trasformare un sistema oggi solo parzialmente circolare in un’economia realmente rigenerativa.








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